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Albiano - Trento Categoria Allieve Parte 2/2
25/05/2026

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Categoria Esordienti

La pioggia aveva accompagnato i giorni precedenti come una maledizione sottile.Le discese della Vuelta erano diventate f...
15/05/2026

La pioggia aveva accompagnato i giorni precedenti come una maledizione sottile.
Le discese della Vuelta erano diventate fiumi d’asfalto lucido, trappole fredde dove Petra aveva perso sicurezza, secondi in classifica. Ogni curva affrontata con i denti stretti, ogni frenata un dialogo col vuoto. Non era stata la montagna a ferirla, ma ciò che veniva prima: la paura silenziosa delle ruote che scivolano. Eppure, l’ultima tappa aveva un destino diverso. Perché certe corse aspettano l’ultimo giorno per scegliere la loro regina.

Davanti c’era lui: Alto de l’Angliru.
Non una salita. Una sentenza. Una parete scavata nella montagna, un luogo dove il ciclismo smette di essere sport e diventa confessione, resistenza.

Petra era terza quando mancavano 6,4 chilometri mentre Gaia scattava all’improvviso. Un colpo secco. Una lama. Il gruppo si spezza come vetro battuto contro la roccia, le atlete diventano ombre isolate dentro la nebbia della fatica.

Petra si alza sui pedali, si siede, si rialza ancora.
Un centimetro. Cinque. Dieci.
Un metro. Cinque. Dieci.

L’Angliru non concede accelerazioni: pretende sopravvivenza. E Petra avanza così, piegando la bici da una parte all’altra con quel ritmo antico delle grandi scalatrici. Si siede appena qualche secondo per cambiare rapporto, poi di nuovo in piedi, a strappare metri alla montagna. Un gel spremuto in bocca, quasi direttamente in gola. Nessun gesto elegante. Solo necessità.

Senza scomporsi, con il suo ritmo duro e imperfetto, quel dondolio ostinato che sembrava dire alla salita: non oggi.
Bocca chiusa. Occhi fissi.

Tre chilometri che in televisione sembrano niente, e sull’Angliru diventano eternità. Eternità per chi pedala. Eternità per chi guarda dal divano con le mani strette ai cuscini, incapace persino di parlare.
Perché l’Angliru è la salita che ti fa piangere dalla fatica. E quando tifi qualcuno, è la salita che ti fa piangere anche d’amore.

Un tornante.
Il 20% all’interno, appena più umano all’esterno.
Petra attacca proprio lì. Nel punto più crudele. Blasi si arrende.

Senza girarsi.
Senza sedersi.
Solo quella cadenza feroce, continua, martellante.

A destra le rocce.
A sinistra il vuoto.
Poi tutto si inverte al tornante successivo. E ancora a quello dopo. Come se la montagna volesse confondere anche il cielo.

Blasi cede.
Bunel si spegne.
E Petra continuava a salire.
Non elegante. Non perfetta.
Ma invincibile.

Poi, all’improvviso, la strada smette di impennarsi. Una breve discesa verso il traguardo. Le mani basse sul manubrio. La bocca spalancata in cerca d’aria e incredulità.
Non stava più inseguendo nessuno.

Stava entrando nella storia.
Prima sull’Angliru.

La Vuelta finisce lì, tra le nuvole delle Asturie e il respiro spezzato di Petra.
Non solo vincitrice. Non solo campionessa.

Protagonista di una di quelle imprese che restano attaccate al ciclismo per anni, raccontate sottovoce nelle salite vere, quando la strada si impenna e qualcuno prova ancora a credere che il coraggio possa avere una forma umana.

📸 AI

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