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Ph Rosa Immagini e racconti del Ciclismo femminile

La mano sul cuore. Ci sono ragazzi che vedi passare velocemente al tuo fianco. Li incontri quando sono ancora giovani, g...
26/08/2026

La mano sul cuore.

Ci sono ragazzi che vedi passare velocemente al tuo fianco. Li incontri quando sono ancora giovani, gli occhi pieni di entusiasmo e magari non hanno ancora capito fino in fondo dove potranno arrivare. Li vedi pedalare, sbagliare, riprovare. Li accompagni per un tratto di strada. Poi, quasi senza accorgertene, crescono. Così grandi da andare a conquistare il mondo.

Questa sera, davanti a una buona tavola calda, mentre si raccontano sogni, risultati e medaglie, penso proprio a questo. Penso a una ragazza trentina che in questi giorni ha portato il suo nome, quello della sua terra fino al vertice del ciclismo mondiale su pista. Un oro nel Keirin, due argenti. Tre medaglie mondiali.
Eppure, mentre guardo quei risultati, la prima cosa che mi viene in mente non è il colore del metallo. È il tempo, che passa. Sembrava ieri che si viaggiava sul furgone assieme, per un anno intero. E quando hai avuto la fortuna di accompagnare qualcuno, anche solo per un pezzo della sua crescita, c’è qualcosa che rimane. Rimangono immagini, sensazioni, piccoli episodi che magari sul momento sembravano normali e che invece, acquistano un significato diverso.

La guardi oggi e la vedi lì, sul podio mondiale. E pensi a quella ragazzina che pedalava insieme alle altre. Pensi a quanto sia incredibile la strada che può fare una persona quando trova dentro di sé qualcosa che la spinge a non fermarsi.
Maya ha messo in luce se stessa, certo. Ma con le sue vittorie ha messo in luce anche tutta la squadra che l’ha accompagnata. È una di quelle soddisfazioni difficili da spiegare a chi non vive il ciclismo.

E poi ci sono le notizie che arrivano.
Un papà che mi avverte di ogni movimento. I social che iniziano a rimbalzare notizie sempre più belle. Un risultato, poi un altro, poi un altro ancora.
E ogni volta quella stessa sensazione.
Ma davvero? Sì. È proprio lei.

La velocità è diventata la sua disciplina, il suo modo di stare nel ciclismo. Quella velocità che non concede troppe esitazioni, che obbliga a leggere gli avversari, a prendere decisioni in una frazione di secondo, a fidarsi dell’istinto e del lavoro fatto prima. E forse è proprio questo che rende ancora più bello vederla oggi.
Perché Maya dà valore alle medaglie, ma non le fa pesare agli altri. Le porta con la semplicità di chi sa che dietro una medaglia non c’è soltanto una vittoria.
C’è un percorso. Ci sono le sveglie presto, gli allenamenti, la fatica, le rinunce, le giornate in cui il corpo dice basta e la testa deve trovare un motivo per continuare.

Il ciclismo ti mette davanti alle sconfitte, agli errori, alle occasioni p***e. Ti costringe a convivere con il dubbio. Ti insegna che non sempre basta essere forti. A volte bisogna essere più forti il giorno dopo. E per questo, quando guardo quelle medaglie conquistate a Zolder, non vedo soltanto oro e argento.
Vedo carattere. Vedo costanza.
Vedo tutte quelle volte in cui Maya ha dovuto scegliere di crederci ancora.
E Zolder non è arrivata dal nulla.

Prima, altre medaglie. Quattro ai Campionati Italiani. Un’altra medaglia all’Europeo. Una continuità di risultati che racconta molto più di un singolo successo.
È il metallo che cambia.
Oro, argento, ancora argento. Ma quello che non cambia è la presenza costante nelle classifiche, la capacità di esserci sempre, di rimanere lì davanti.

Poi arriva quel momento.
Il podio. La medaglia al collo.
La mano sul cuore. L’inno nazionale.
E gli occhi che inevitabilmente diventano lucidi.

Maya, li, davanti a tutto il mondo.

E noi siamo a casa, davanti alla televisione. Ma per qualche minuto non sembra esserci tutta quella distanza.
Anche noi mettiamo la mano sul cuore.
Anche noi cantiamo l’inno. Anche noi abbiamo gli occhi lucidi.
Perché certe emozioni hanno la capacità di attraversare uno schermo e arrivare dritte dove devono arrivare.

E in quel momento non stiamo guardando semplicemente una campionessa del mondo juniores. Stiamo guardando una ragazza che abbiamo visto crescere. Una ragazza che, per un piccolo tratto della sua strada, abbiamo avuto la fortuna di accompagnare.
Ed è forse questo che rende tutto ancora più emozionante. Perché dietro il podio c’è la bambina che un giorno è salita su una bicicletta. Dietro l’oro c’è la ragazza che ha imparato a perdere, a rialzarsi, a soffrire. Dietro quei tre metalli c’è una storia fatta di lavoro e sacrifici. E c’è una famiglia che segue, accompagna, soffre e gioisce.
C’è un papà che guarda ogni movimento e che sa quanto lavoro ci sia dietro ogni risultato. C’è una squadra. Ci sono allenatori. Ci sono persone che magari non saliranno mai su quel podio, ma che quel podio lo sentiranno un po’ anche loro.

Davanti ancora tanta strada. La pista sembra essere, oggi, il luogo nel quale riesce a esprimere al meglio la sua velocità, il suo talento, il suo carattere.
Ma c’è anche la strada. Quella strada che continua a chiamare, che rimane lì, sullo sfondo, come una possibilità.

Prima o poi arriverà il momento delle scelte. E forse le strade dovranno dividersi. Per emergere, qualche volta, bisogna avere il coraggio di scegliere una direzione e seguirla fino in fondo.
E va bene così. Perché non è questo il momento di decidere dove porterà la strada.
È il momento di fermarsi un istante e guardare dove è arrivata. Dal primo allenamento alle luci di Zolder.
Dalle giornate in cui nessuno conosceva ancora il suo nome, a quelle in cui il suo nome corre sui social, sulle classifiche, nelle notizie.

E allora questa sera, davanti a una tavola imbandita e mentre raccontiamo ancora una volta quelle medaglie, forse la cosa più bella non sarà parlare dell’oro. Sarà ricordarsi di quando quell’oro non esisteva ancora.
E pensare che, in fondo, i ragazzi che ci passano velocemente accanto non sappiamo mai quanto lontano possano arrivare.

Brava Maya. Tieni stretta questa mano sul cuore. Perché noi, quella sera davanti alla televisione, l’abbiamo messa sul cuore insieme a te.

E quando arriverà il prossimo podio, qualunque sarà la strada, sappiamo già cosa faremo. Ci fermeremo. Guarderemo la bandiera salire, e canteremo ancora una volta l’inno.

Con gli occhi lucidi. In silenzio, forse.
Ma con un orgoglio immenso.
Perché i ragazzi, a volte, diventano grandi. E quando succede, per chi li ha visti partire, è impossibile non commuoversi.

Ci sono gesti che non finiscono nelle classifiche, che non si leggono nell’ordine d’arrivo e che spesso sfuggono perfino...
06/07/2026

Ci sono gesti che non finiscono nelle classifiche, che non si leggono nell’ordine d’arrivo e che spesso sfuggono perfino agli occhi più attenti. Eppure sono quelli che raccontano l’anima più autentica del ciclismo.

Nel finale del Campionato Italiano Allieve 2026, a Laives, in Alto Adige, è successo qualcosa che merita di essere ricordato.

Le squadre di club si fondono nelle rappresentative regionali, atlete che ogni domenica difendono colori diversi si ritrovano improvvisamente compagne. Parlano linguaggi tattici differenti, inseguono obiettivi personali, sognano la stessa maglia tricolore.

Eppure, proprio quando il ciclismo dei grandi sembra insegnare che conta solo vincere, una ragazza di sedici anni ha scelto di raccontare un’altra storia.

Davanti c’è una fuga. Due venete. Due talenti. Matilde, brillante e coraggiosa, aveva incendiato la corsa con i suoi attacchi in salita. Accanto a lei Elena, veneziana, meno conosciuta per le vittorie ma, da oggi, destinata a entrare nel cuore di chi ama davvero questo sport.

La fuga rallenta. Dietro il gruppo si organizza. L’accordo vacilla, la paura del rientro cresce. È il momento in cui molte penserebbero a sé stesse, a conservare energie, magari a preparare l’attacco decisivo.
Elena, invece, sceglie altro.
Senza che nessuno glielo chieda. Senza un ordine. Senza una promessa.

Abbassa la testa e comincia a ti**re. Offre la propria forza, il proprio fiato, le proprie possibilità. Rinuncia, perfino al sogno di diventare lei la nuova campionessa d’Italia. Lo fa per aiutare un’altra ragazza, che non appartiene nemmeno al suo club.

Non è una scelta che nasce dalla tattica.
Nasce dal cuore. Da quei valori che qualcuno, lontano dai riflettori, le ha insegnato con l’esempio: che il ciclismo è anche fiducia, generosità e rispetto. Che si può parlare senza dire una parola, semplicemente pedalando.

Nel finale Elena impone un ritmo feroce. Allontana il gruppo, protegge quella fuga con tutta la forza che le è rimasta.
Poi arriva il momento di Matilde.
La vittoria è sua.

Ma quel tricolore, in qualche modo, porta anche le pedalate di Elena.

Stavo per andare via dopo l’arrivo. Poi ho deciso di aspettare. Volevo capire se qualcuno avesse visto quel gesto silenzioso. Se qualcuno avrebbe trovato il tempo di dire grazie a quella ragazza.

Sul podio Matilde vince una seconda volta. Con poche parole, semplici e sincere.
“Ringrazio tanto Elena, ha fatto un grande lavoro.”

Era il riconoscimento più bello. Il più vero.
Perché nessuno le aveva chiesto nulla.
E invece Elena ha scelto di donare tutto.

Oggi sappiamo che il ciclismo italiano ha una giovane atleta capace di spendersi per gli altri prima che per sé stessa. E sappiamo anche che, dietro una ragazza così, c’è ancora qualcuno che ha saputo insegnare che il valore di una persona non si misura solo dalle vittorie, ma dalla capacità di mettere il “noi” davanti all’“io”.

Grazie Elena. Non avrai indossato la maglia tricolore, ma hai vestito quella, ancora più rara, di chi rende lo sport qualcosa di indimenticabile.

Io sono CarmenPer anni ho imparato a convivere con la velocità nel silenzio bianco degli inverni dell’Alto Adige, giù da...
02/07/2026

Io sono Carmen

Per anni ho imparato a convivere con la velocità nel silenzio bianco degli inverni dell’Alto Adige, giù dalle piste di Sarentino, appena sopra Bolzano, dove il freddo ti insegna presto una cosa semplice: se vuoi andare forte, devi fidarti di te stessa.

Poi una caviglia che cede. Un infortunio che interrompe quella traiettoria disegnata sulla neve.
E come spesso accade agli atleti, è proprio nel momento in cui qualcosa si ferma che qualcos’altro comincia.

La bicicletta arriva così. Prima come strumento per ricostruire un corpo ferito, poi lentamente come qualcosa di diverso. Una scoperta inattesa. Una passione che cresce chilometro dopo chilometro, pedalata dopo pedalata, fino a trasformarsi in un desiderio preciso: appuntarsi un numero sulla schiena e capire fin dove si può arrivare davvero.

Passano appena dieci gare. Soltanto. Dieci occasioni per capire che forse quella strada può portare molto più lontano di quanto immaginato. Poi la chiamata di una squadra trentina. E quasi senza accorgersene, il salto improvviso dentro uno scenario enorme: il debutto al Campionato Italiano.
Attorno, professioniste affermate, squadre continental, atlete che di quel mondo conoscono ormai ogni dettaglio.
Carmen no. Perché fino a ventiquattro mesi prima, il ciclismo non era neppure il suo sport principale.

Ventisette anni. Non più una ragazzina che può permettersi di aspettare il momento giusto, perché adesso il tempo cambia significato e non è più un alleato. Diventa qualcosa che corre veloce, quasi un avversario invisibile da inseguire ogni giorno.
Tenace. Sicura di sé. Estremamente concentrata. Con quella consapevolezza che appartiene a chi sa perfettamente che certe occasioni non tornano due volte.

Il cognome racconta una storia importante. “Mòser” !
Uguale solo in apparenza a un nome che appartiene alla leggenda del ciclismo italiano, ma con un accento che cambia tutto. Quasi fosse un segnale del destino.
Non raccogliere un’eredità, ma scriverne una nuova.

Campionato Italiano. Caneva.
Una salita da affrontare tre volte prima del traguardo di Pordenone. La prima affrontata restando agganciata alle migliori. La seconda appena un respiro dietro. Poi la terza. Quella che separa chi corre da chi di questo sport ha fatto il proprio mestiere.
La strada si spezza. Il gruppo si frantuma in piccoli gruppetti sparsi lungo quegli undici chilometri che sembrano infiniti. Si stringono i denti. Davanti, il gruppo delle prime dieci è ancora lì. A pochi secondi.

Poi, improvvisa, una curva apparentemente innocua.
Una caduta. Il rumore secco della bici sull’asfalto. Trenta, forse quaranta secondi persi per rialzarsi, sistemare tutto, tornare in sella.
Un’eternità. Troppi per pensare di ricucire da sola quel vuoto.

La pelle brucia. La maglia è strappata.
Il corpo porta i segni dell’impatto dalla testa ai piedi. Ma il dolore, a volte, davanti a un traguardo smette semplicemente di esistere.
Si continua. Sempre. Fino alla linea d’arrivo.
Top 20. Un risultato che vale il primo posto tra tutte le squadre di club. Un risultato che pesa molto più di un semplice numero in classifica. Perché significa credibilità. Significa futuro.
Significa capire di appartenere davvero a questo livello.

Io sono Carmen.
E questa è soltanto la prima pagina della mia storia a due ruote.

“Il silenzio di un minuto, il rumore di una vita intera”“Ciao” - È l’unica parola che riesco a pronunciare oggi. Una par...
23/06/2026

“Il silenzio di un minuto, il rumore di una vita intera”

“Ciao” - È l’unica parola che riesco a pronunciare oggi. Una parola semplice, breve, fragile. Ma questa volta è un saluto che non troverà risposta. Non oggi. Non domani. Non più.
Mi chiedo che cosa importa se non ti conoscevo, dolori che non chiedono il permesso di appartenerci, ma che ci attraversano, ci colpiscono e basta.

Ogni giorno leggiamo notizie di lamiere contorte, di strade spezzate, di vite interrotte. Troppo spesso parliamo di fatalità, quando in realtà esistono distrazioni, corse inutili, secondi sbagliati che qualcuno avrebbe potuto evitare.
Viviamo dentro una continua rincorsa.
L’ossessione di arrivare primi. La convinzione di essere soli al mondo.
In quell’egoismo di chi guida pensando che la strada sia una proprietà e non uno spazio condiviso.

Diventiamo umani che dimenticano altri umani. Persone che trasformano ogni strada in una gara, ogni incrocio in una sfida, ogni sorpasso in una dimostrazione di forza.

Poi però arriva quel momento in cui tutto si ferma. E a casa… si torna senza di te.
In allenamento non sentiremo più il tuo nome riecheggiare nell’aria. Non vedremo più quella giovane energia che pedalava con il cuore leggero, con la voglia semplice e bellissima di chi aveva ancora tutta la vita davanti.

Avevi soltanto quattordici anni, fatti di sogni ancora intatti, di giornate normali, di risate, di fatica, di traguardi da immaginare. E nessuno dovrebbe poterti strappare via da quel tempo.

Mi racconteranno di te. Lo faranno con la voce spezzata, con gli occhi bassi, con quei silenzi che sanno dire molto più delle parole. Mi parleranno della persona che eri ogni giorno, della ragazza che saliva in sella portando con sé la parte più pura dello sport: la libertà.
Dicono che la bicicletta sia il simbolo della libertà, ma oggi ci ritroviamo a fare i conti con una verità insopportabile. Dove tutto si traveste da prigione, per chi resta qui immobile, a piangere un’assenza che non avrebbe mai dovuto esistere.

E allora viene da chiedersi come possiamo continuare a insegnare questo sport. Come possiamo raccontarne la bellezza, la disciplina, il sacrificio, l’amore per la strada…
senza sentirci trafitti ogni volta che quella stessa strada decide di portarci via qualcuno.

Perché basta un solo secondo.
Un secondo soltanto, un attimo distratto.
Una macchina che sbanda, un destino crudele che non concede un’altra possibilità.
E quel secondo diventa una condanna, una vita intera che non avrà il tempo di diventare adulta. Una famiglia che convive con un vuoto impossibile, e tutti noi condannati a fare i conti con una domanda che non troverà mai risposta.

Oggi ti salutiamo con il peso che hanno le cose ingiuste. A quattordici anni non si dovrebbe diventare ricordo. Non si dovrebbe lasciare il casco appeso per sempre. Non si dovrebbe interrompere una corsa quando il traguardo della vita è ancora così lontano.

Oggi il mondo pedala più piano.
Per rispetto, per rabbia, per amore.

E mentre tutto tace, resta soltanto una verità terribile ed immensa: nessun minuto di silenzio, potrà mai compensare il rumore di una vita spezzata così presto.

Buon viaggio, piccola guerriera.
Che il vento, quello che hai imparato a sfidare in strada, adesso accompagni per sempre il tuo cammino altrove.

Ad Adele.

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La pioggia aveva accompagnato i giorni precedenti come una maledizione sottile.Le discese della Vuelta erano diventate f...
15/05/2026

La pioggia aveva accompagnato i giorni precedenti come una maledizione sottile.
Le discese della Vuelta erano diventate fiumi d’asfalto lucido, trappole fredde dove Petra aveva perso sicurezza, secondi in classifica. Ogni curva affrontata con i denti stretti, ogni frenata un dialogo col vuoto. Non era stata la montagna a ferirla, ma ciò che veniva prima: la paura silenziosa delle ruote che scivolano. Eppure, l’ultima tappa aveva un destino diverso. Perché certe corse aspettano l’ultimo giorno per scegliere la loro regina.

Davanti c’era lui: Alto de l’Angliru.
Non una salita. Una sentenza. Una parete scavata nella montagna, un luogo dove il ciclismo smette di essere sport e diventa confessione, resistenza.

Petra era terza quando mancavano 6,4 chilometri mentre Gaia scattava all’improvviso. Un colpo secco. Una lama. Il gruppo si spezza come vetro battuto contro la roccia, le atlete diventano ombre isolate dentro la nebbia della fatica.

Petra si alza sui pedali, si siede, si rialza ancora.
Un centimetro. Cinque. Dieci.
Un metro. Cinque. Dieci.

L’Angliru non concede accelerazioni: pretende sopravvivenza. E Petra avanza così, piegando la bici da una parte all’altra con quel ritmo antico delle grandi scalatrici. Si siede appena qualche secondo per cambiare rapporto, poi di nuovo in piedi, a strappare metri alla montagna. Un gel spremuto in bocca, quasi direttamente in gola. Nessun gesto elegante. Solo necessità.

Senza scomporsi, con il suo ritmo duro e imperfetto, quel dondolio ostinato che sembrava dire alla salita: non oggi.
Bocca chiusa. Occhi fissi.

Tre chilometri che in televisione sembrano niente, e sull’Angliru diventano eternità. Eternità per chi pedala. Eternità per chi guarda dal divano con le mani strette ai cuscini, incapace persino di parlare.
Perché l’Angliru è la salita che ti fa piangere dalla fatica. E quando tifi qualcuno, è la salita che ti fa piangere anche d’amore.

Un tornante.
Il 20% all’interno, appena più umano all’esterno.
Petra attacca proprio lì. Nel punto più crudele. Blasi si arrende.

Senza girarsi.
Senza sedersi.
Solo quella cadenza feroce, continua, martellante.

A destra le rocce.
A sinistra il vuoto.
Poi tutto si inverte al tornante successivo. E ancora a quello dopo. Come se la montagna volesse confondere anche il cielo.

Blasi cede.
Bunel si spegne.
E Petra continuava a salire.
Non elegante. Non perfetta.
Ma invincibile.

Poi, all’improvviso, la strada smette di impennarsi. Una breve discesa verso il traguardo. Le mani basse sul manubrio. La bocca spalancata in cerca d’aria e incredulità.
Non stava più inseguendo nessuno.

Stava entrando nella storia.
Prima sull’Angliru.

La Vuelta finisce lì, tra le nuvole delle Asturie e il respiro spezzato di Petra.
Non solo vincitrice. Non solo campionessa.

Protagonista di una di quelle imprese che restano attaccate al ciclismo per anni, raccontate sottovoce nelle salite vere, quando la strada si impenna e qualcuno prova ancora a credere che il coraggio possa avere una forma umana.

📸 AI

03/05 Bovolone - Junior
05/05/2026

03/05 Bovolone - Junior

Indirizzo

Pergine Valsugana
38057

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