21/08/2026
Hai presente quelle p***e di vetro che, quando le scuoti, si riempiono di neve?
Per tornare a vedere chiaramente il paesaggio, devi lasciarle ferme e aspettare che la neve si depositi.
Tra le cose che mi porto dietro da questi giorni di cammino, nuoto e tempo nella natura, c’è una riflessione sulla pausa.
Fermarsi può essere riposo, spazio, respiro.
Ma può anche rendere più visibile ciò che, mentre continuiamo a fare, riusciamo a tenere sullo sfondo.
Nel silenzio incontriamo ciò che ci nutre, ma anche quello che non va come vorremmo: le domande rimaste aperte, le direzioni che chiedono di essere riviste.
Che cosa possiamo fare quando una risposta ancora non c’è?
Il corpo può aiutarci a ritrovare un appoggio e a stare lì, per un po’, senza dover subito spingere verso una soluzione.
Possiamo imparare a distinguere ciò che sentiamo dal racconto che costruiamo intorno a ciò che sentiamo. A regolare la distanza da quello che è troppo intenso. A riconoscere un movimento possibile, anche piccolissimo.
L’embodiment, per me, è la possibilità di stare in relazione con ciò che accade, mantenendo il contatto con le nostre risorse anche quando non riusciamo ancora a sentirle chiaramente.
Il corpo può aiutarci a restare, a orientarci e, quando arriva il momento, a rimetterci in movimento.
Questa, secondo me, è creatività: la capacità di riorganizzarsi quando la forma precedente non ci corrisponde più. A volte questo passaggio attraversa anche il dolore o lo smarrimento.
Come nella palla di vetro, forse non dobbiamo vedere subito tutto il paesaggio. Possiamo aspettare che la neve si depositi e lasciare che una direzione torni, poco alla volta, a mostrarsi.
Nei prossimi giorni continuerò a esplorare le risorse creative del corpo: la sua capacità di orientarsi, adattarsi e generare nuove possibilità, con fiducia.