23/06/2026
Negli ultimi giorni il mondo del ciclismo ha pianto due donne, due vite spezzate sulla strada mentre stavano semplicemente facendo ciò che amavano.
Adele Cobelli, 14 anni, giovane promessa della mountain bike, è morta in Trentino durante un allenamento. Poche ore dopo, in Sicilia, Nicoleta Rusu, 41 anni, è stata travolta e uccisa mentre pedalava con il suo gruppo.
A entrambe, alle loro famiglie, agli amici, alle squadre e a chi oggi sta vivendo un dolore impossibile da accettare, va il nostro più sincero abbraccio.
Ma il cordoglio, da solo, non basta più, sono oltre 100 i ciclisti morti su strada da inizio anno, più o meno uno ogni 2 giorni.
Ogni volta scriviamo le stesse parole. Ogni volta qualcuno dice che non devono essere “morti inutili”. Ogni volta ci indigniamo per qualche giorno. Poi arriva un’altra notizia, un altro mazzo di fiori sul ciglio della strada, un’altra famiglia distrutta.
La domanda è sempre la stessa: quando finirà questa strage silenziosa?
Quando la sicurezza di chi si muove in bicicletta diventerà una priorità reale e non uno slogan? Quando le istituzioni investiranno seriamente in infrastrutture sicure (e non sono le ciclopedonali che mettono a rischio pedoni e ciclisti), controlli efficaci, educazione stradale e tutela degli utenti più vulnerabili?
Chi pedala non è un ostacolo. Non è un intralcio. È una persona.
Una persona che torna dal lavoro, che si allena, che cerca benessere, che ha una famiglia che la aspetta a casa.
Adele aveva 14 anni. Nicoleta ne aveva 41. Ventisette anni di differenza, ma lo stesso tragico destino.
Noi continueremo a pedalare perché la paura non può vincere sulla passione. Ma continueremo anche a chiedere rispetto, attenzione e interventi concreti.
Perché non vogliamo più dover scrivere post come questo.