30/06/2026
IL QUADRO DI SAN PIETRO IN BEVAGNA
Come è noto, l'icona che si può ammirare nella chiesa di San Pietro in Bevagna non è il primitivo dipinto del Santo, ma l'ennesima, recente copia. In relazione alle vicende, antiche e recenti, riguardanti questa venerata e taumaturgica immagine, è possibile ricostruire una precisa evoluzione storica.
In epoca altomedievale (secoli V-X), nel primitivo sacello di Bevagna officiato dai monaci italo-greci (i cosiddetti "basiliani"), era certamente presente un'icona su tavola in stile bizantino, oggi definitivamente perduta. Di essa non è in alcun modo possibile ricostruire l'aspetto originario; si può solo ipotizzare, per analogia con i tanti manufatti coevi presenti nelle chiese dell'ecumene cristiano sia occidentale che orientale, che presentasse San Pietro in posizione frontale e con atteggiamento ieratico.
Nel Basso Medioevo, dopo l'affidamento del santuario al clero benedettino ad opera dell'autorità politica normanna, in un periodo imprecisato (ma verosimilmente nel corso del secolo XVI) l'originaria tavola picta bizantina venne sostituita con un'altra tavola di stile e iconografia completamente differenti. L'immagine rappresentata nel dipinto "mutò di greco in latino", assumendo un impianto stilistico e compositivo moderno che l'avrebbe contrassegnata fino ai giorni nostri.
Su questi aspetti si è soffermata la studiosa B. Tragni (Cfr. G. Lunardi - B. Tragni, San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione, Manduria 1993, pp. 74-75). Il nuovo schema figurativo, fissato non anteriormente al XVI secolo (nelle province meridionali, infatti, gli schemi bizantini prevalsero in pittura fino al XV secolo), propone un'immagine del Santo piuttosto insolita e lontana dalla nota tipologia. San Pietro, qui rappresentato a mezzo busto e con i suoi specifici attributi iconografici, non porta il consueto abbigliamento (tunica azzurra e mantello giallo), ma indossa vesti dalle tonalità più scure.
Nella sua opera Manduria Sacra, il Tarentini riporta che nel 1854 fu effettuato un "restauro" al dipinto petrino ad opera del pittore Semerano, al quale fu dato agio di richiamare alcune linee sbiadite. Chi era questo artista? Si trattava con ogni probabilità di Antonio Vito Semeraro, pittore di Locorotondo, che in quello stesso anno (1854) firmava la tela raffigurante San Rocco e gli appestati, tuttora collocata nella chiesa di San Rocco a Locorotondo. Gli abitanti di Locorotondo avevano infatti uno storico legame con il Santuario di Bevagna: vi si recavano in pellegrinaggio, insieme ad altri cittadini del barese, il giorno della festa del Santo (29 giugno) e per le "Perdonanze" (1, 2 e 3 aprile), come ampiamente testimoniato da ex voto, documenti e ricordi personali.
Non è da escludere che il restauro del quadro di San Pietro — che seguì di due anni il ritocco della tempera con i Santi Pietro, Andrea e Marco ad opera del pittore calabrese F.A. Lupi — sia stato finanziato proprio da uno dei tanti pellegrini di Locorotondo, il quale potrebbe aver contattato personalmente il pittore suo compaesano. Ieri come oggi, infatti, tutto ciò che è legato al Santuario, oltre al clero, vede sempre in primo piano i devoti.
Il quadro del XVI secolo fu rubato nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1914. Fu tuttavia ridipinto "a memoria" dalla pittrice manduriana Olimpia Camerario e reso disponibile già dal 24 dicembre dello stesso anno.
Il quadro della Camerario fu successivamente sostituito da un altro dipinto, realizzato nel 1972 dal pittore maltese Oscar Testa su commissione dell'allora vescovo di Oria, Mons. Semeraro. L'immagine attuale, invece, è opera del pittore ungherese F. Miklos, che vi ha apposto la firma in basso a destra (appena leggibile poiché coperta dalla cornice lignea), indicando che il quadro è una copia da Olimpia Camerario. Il dipinto attuale è dunque totalmente moderno, anche nei valori luministici: il soggetto, chiaroscurato, è colpito da una luce "mistica" che ne illumina il volto. L'immagine è inserita in una ricca cornice che rappresenta, anch'essa, un piccolo capolavoro di artigianato.
Documenti d'archivio (Anno 1914)
26 Giugno 1914: Si ebbe la nuova cornice per il quadro di San Pietro, realizzata per espresso desiderio del popolo, il quale era rimasto discontento della precedente cornice (sebbene anch'essa nuova, fatta a spese del devoto Cosimo Tatullo). Questa nuova cornice non era stata eseguita secondo il sistema della prima, e perciò il popolo non vedeva di buon occhio ciò che si allontanava dal tipo antico. Il cappellano, incoraggiato da alcuni devoti, cercò di appagare il desiderio popolare dandone l'incarico a Vincenzo Digiacomo di Michele, originario di Manduria e dimorante a Napoli. Questi eseguì il lavoro d'intaglio per la somma di lire 300,00; altre lire 150,00 furono spese per la doratura e lire 35,75 per l'imballaggio, la cassa, il viaggio, ecc. Per questa cornice, quattro devoti offrirono la somma complessiva di lire 330,00 .
24 Dicembre 1914: Si acquistò il nuovo quadro di San Pietro per la somma di lire 500,00, dipinto dalla concittadina Olimpia Camerario fu Giovanni. La pittrice seppe imitare molto bene il quadro rubato e il popolo ne rimase oltremodo contento. Il 29 dello stesso mese Monsignor D. Antonio di Tommaso si recò sul posto per benedire il suddetto quadro, e la sera del 30 se ne fece l'inaugurazione nella Chiesa Collegiata. Il denaro per l'acquisto del dipinto fu versato dal Vescovo e attinto dalla somma che lo stesso ricevette dal dottor Tommaso Massari, già destinata al culto del Santuario.
Testo estrapolato da un articolo di Nicola Morrone su Fondazione Terra d' Otranto
1. Iconografia del dipinto, racchiuso in una cornice quadrata all'interno della struttura monumentale, ritrae San Pietro Apostolo a mezzo busto:il Santo è raffigurato con i tratti tradizionali della sua iconografia classica. Mostra una barba folta e scura (che sfuma sul grigio), capelli radi e uno sguardo intenso, rivolto verso l'osservatore o leggermente di tre quarti, capace di trasmettere autorevolezza, saggezza e profonda umanità.
Gli attributi:
Nella mano sinistra (a destra per chi guarda), regge saldamente le chiavi, simbolo del potere spirituale e del mandato divino .Nella mano destra tiene un libro (le Scritture o i Vangeli), che rimanda al suo ruolo di testimone della Parola e di fondatore della Chiesa.
I colori: il manto presenta tonalità scure e sobrie, che fanno risaltare la luminosità del volto e delle mani su uno sfondo neutro e profondo.
2. La struttura che racchiude il dipinto non è un semplice elemento decorativo, ma un vero e proprio manifesto teologico e onorifico che esalta il primato petrino:Il fastigio superiore: sopra la modanatura mistilinea con inserti in velluto rosso, spicca il trionfo delle insegne papali:
La tiara papale (o triregno), simbolo della triplice autorità del Pontefice (padre dei re, rettore del mondo, vicario di Cristo).Le chiavi decussate (incrociate), emblema araldico della Santa Sede.La croce patriarcale a due bracci, che sormonta l'intera composizione.
La base: la parte inferiore della cornice è caratterizzata da volute baroccheggianti e intagli speculari che racchiudono un elemento centrale (una piccola croce o un monogramma), il quale funge da solido piedistallo visivo per l'intera edicola.