SARRI ALLA JUVE

SARRI ALLA JUVE cultura

Plenilunio per ZaraSei arrivata per caso,inaspettata,con giochi, salti e allegria innata.Sette anni sempre al mio fianco...
28/08/2026

Plenilunio per Zara

Sei arrivata per caso,inaspettata,
con giochi, salti e allegria innata.
Sette anni sempre al mio fianco
di soffice manto, nero e bianco.

In giro, a caccia libera per la campagna
un istinto che al dì là ti accompagna.
Oltre al ricordo, lo spirito permane
Un sorriso fedele,'amicizia immane.

  Dottato e temporale d'Agosto in arrivo.
15/08/2026

Dottato e temporale d'Agosto in arrivo.

15/08/2026

Provided to YouTube by Universal Music GroupVenezia-Istanbul (Rem...

CAPODANNO A MEZZO AGOSTO Etimologicamente la parola Ferragosto deriva da feriae Augusti, giorno di riposo istituito da A...
15/08/2026

CAPODANNO A MEZZO AGOSTO

Etimologicamente la parola Ferragosto deriva da feriae Augusti, giorno di riposo istituito da Augusto nel 18 a. C., sulla falsariga dei Consualia, antiche feste romane celebrate alla fine dei lavori agricoli e dedicate a Conso, il dio dei granai e della fertilità.
Giorno di riposo dunque, alla fine del periodo del raccolto, per consentire ai lavoratori e agli animali utilizzati nei campi di recuperare le energie. In tutto l’Impero si organizzavano feste e corse di cavalli; durante la giornata era uso comune, inoltre, che i contadini facessero gli auguri ai proprietari dei terreni ricevendo in cambio una piccola mancia. Anticamente celebrati il primo giorno di agosto, nel VII secolo i festeggiamenti furono spostati al 15 del mese per volontà della Chiesa Cattolica, nel tentativo di ricondurre le celebrazioni pagane alla festività dell’Assunzione di Maria in Cielo, il cui dogma, proclamato nel novembre del 1950 da papa Pio XII, stabilisce che la Vergine Maria è stata assunta, accolta in cielo, sia con l’anima sia con il corpo.
Da sempre dunque, questa festività presenta una duplice connotazione, civile e religiosa.
Se per il calendario liturgico cristiano è tempo di fede e devozione, tempo forte e festa di precetto che celebra l’Assunzione al Cielo di Maria, nell’orizzonte temporale contadino, in cui lo scorrere del tempo segue i ritmi della natura, progressivamente conformati al tempo liturgico proposto dalla Chiesa, essa conserva il significato arcaico dei tempi più remoti: spartiacque fra le attività che sono state e quelle che saranno. CAPODANNO A MEZZO AGOSTO per l’appunto, un nuovo inizio, nuovi contratti per i lavoratori, nuove prospettive per le famiglie. Oppure nuovi problemi.
Nelle masserie , ad esempio, il 15 di agosto avveniva la compravendita della manodopera. Ad acquistare erano i fittavoli, i massari, i proprietari; ad essere acquistata la fatica, per un intero anno, di bovari, carrettieri e pastori, uomini e ragazzi, presi questi ultimi per un nuovo mestiere. Le mansioni da svolgere, il salario, le festività, il numero degli animali presi in carico erano stabiliti attraverso la stipulazione di contratti, incidendo i ‘dati’ su uno stelo di asfodelo o su un ramo di lentisco (diviso poi in due parti, in modo da essere leggibile solo una volta ricomposto), utilizzando segni convenzionali.
La Festa dell’Assunta dunque, foriera di cambiamento, di lavoro, di rinnovamento ma, ahimè anche di sofferenza e sconforto, quando a rinnovarsi in quella data erano gli affitti delle case o dei terreni di coloro che impossibilitati a pagarli, pativano lo sfratto o altre conseguenze: "Giurnu ti li tiluri "era popolarmente chiamata a Manduria la festività di Maria Assunta in Cielo.
Ad ogni modo, il 15 di agosto erano numerosi i manduriani che si recavano nella chiesetta, percorrendo la Štrata longa, oggi via Tommaso Maria Ferrara, riccamente addobbata dai devoti con vasi di piante e luci accese, in onore della Vergine Maria.

Testo estrapolato dal sito Manduria in giro riferimenti bibliografici di : JURLARO R. Continente Masseria ,alle radici del sud Mediterraneo , Longo ed. Ravenna 1995
TARENTINI L., Manduria sacra, ed. a cura di E. Dimitri, Barbieri, Manduria 2000.

Lu SCIANNÌBBULU del MarcheseTra le dune di sabbia e rocciaun tronco di albero s'intrecciaLa radice penetra nel salmastro...
08/08/2026

Lu SCIANNÌBBULU del Marchese

Tra le dune di sabbia e roccia
un tronco di albero s'intreccia
La radice penetra nel salmastro
giù fino al mare, detto Nostro.

Disteso e chinato sul limitare
all' apparenza immobile appare
Quando è luce sveglia lo Ionio
dopo a sera ne condivide il buio.

Quanti abitanti sotto dimora
trovano il fresco che li ristora:
ieri il corsaro, oggi il turista,
nulla lo smuove da quella vista.

In questo raro angolo di Mondo,
lu sciannìbbulu dal profondo,
con la sua chioma sempreverde,
fiero resiste e mai si arrende.

Il "Ginepro coccolone" (così chiamato perché i suoi frutti sono denominati anche "coccole") è una pianta caratteristica delle dune del litorale Ionico con foglie aghiformi e falsi frutti pruinosi e rotondi, detti "galbuli", dall'odore di resina.
In passato, i sciannìbbuli venivano usati dai bambini a mo' di biglie per giocare in riva al mare.
In passato i galbuli sono stati usati dai frati per la realizzazione, di coroncine del rosario.
A San Pietro in Bevagna, marina di Manduria, in via dei Susini, è presente un albero plurisecolare tanto grande da essere chiamato dai contadini "lu mbracchiu" (l’ombracolo), poiché la sua chioma, in passato, serviva da riparo per loro e per gli animali da soma.

Questo termine ermine dimenticato, il cui uso e la cui comprensione appaiono fortemente circoscritti ai soli contesti popolari, SCIANNÌBBULU dall’ambito botanico è passato a indicare figurativamente un individuo (un bambino o un giovane adulto) di piccola corporatura ma perspicace, dotato di abilità insospettabili per la sua età o per le sue condizioni di vita: «Štu sciannibbulu, quantu nn’ai!» («Vedi un po’ questo piccoletto di cosa è capace!»).

07/08/2026
07/08/2026

' al Marchese

L'albero del ginepro coccolone (così chiamato perché i suoi frutti vengono denominati anche «coccole»), pianta caratteristica delle dune del litorale ionico, con foglie aghiformi e falsi frutti detti «galbuli», rotondi, pruinosi e dall'odore di resina.

In passato, gli sciannìbbuli venivano usati dai bambini a mo’ di biglie per giocare in riva al mare, mentre con i loro frutti secchi i frati realizzavano le coroncine per il rosario.

A San Pietro in Bevagna, marina di Manduria, si attesta la presenza di alberi plurisecolari; uno in particolare è tanto grande da essere chiamato dai contadini ’lu mbracchiu’ (l’ombracolo), poiché la sua chioma serviva da riparo per loro e per gli animali da soma.

Termine ormai dimenticato, il cui uso e la cui comprensione appaiono fortemente circoscritti ai contesti popolari, SCIANNÌBBULU dall’ambito botanico è passato a indicare figurativamente un individuo (un bambino o un giovane adulto) di piccola corporatura ma perspicace, dotato di abilità insospettabili per età o condizioni di vita: «Štu sciannibbulu, quantu nn’aï!» «Vedi un po' questo pezzettino di cosa è capace!»)

Il giglio di mare (nome scientifico: Pancratium maritimum), noto anche come giglio di San Pancrazio o giglio sabbioso, è...
16/07/2026

Il giglio di mare (nome scientifico: Pancratium maritimum), noto anche come giglio di San Pancrazio o giglio sabbioso, è uno splendido fiore bianco che spunta spontaneamente dalla sabbia e dalle rocce costiere.
Si tratta di una pianta tipica delle dune sabbiose e degli ambienti litoranei mediterranei, in grado di sopravvivere a condizioni estreme — come l'elevata salinità, caluria a forti venti e siccità — grazie a un apparato radicale a bulbo molto profondo.
La fioritura avviene in estate, tra luglio e settembre. I suoi fiori, grandi e candidi, emanano un profumo intenso specialmente di sera, una strategia naturale per attirare gli impollinatori notturni (come le sfingi, grandi farfalle notturne). Oggi è una specie protetta in molte regioni d'Italia: la progressiva antropizzazione delle coste e il calpestio delle dune ne stanno purtroppo minacciando l'habitat naturale.
Il nome del genere, Pancratium, deriva direttamente dal greco antico:
pân (πᾶν), che significa "tutto";
krátos (κράτος), che significa "forza" o "potere".
(Un chiaro riferimento alla straordinaria resistenza di questa pianta capace di prosperare in contesti così difficili).

IL  Il toponimo Borraco si riferisce a due distinte sorgenti distanti tra loro circa duecento metri. Il curatoio sorgeva...
09/07/2026

IL

Il toponimo Borraco si riferisce a due distinte sorgenti distanti tra loro circa duecento metri. Il curatoio sorgeva in quella orientale, chiamata per l'appunto Quatisciaturu (l’altra era denominata invece “Tamburo”). Il vocabolo dialettale deriva dal verbo quatisciare, registrato dal Rohlfs con il significato di «gualcare [ovvero ba***re e pressare] la lana con i piedi nell’acqua del mare». Tale accezione ricorda che, fino alla prima metà del XX secolo, la vasca in muratura insita alla sorgente venne utilizzata per il lavaggio prima del lino (a Casalnuovo alla metà del XVIII secolo) e poi della lana (cfr. Giuseppe Rosario COCO, pp. 561-562).

Il termine “cautisciatoio” deriva a sua volta da catisciare (calpestare, pestare), che risale al latino volgare *catidiare, derivato dal greco καθίζω (“io metto sotto”).
Questo fa verosimilmente riferimento all’uso di porre una grossa pietra sopra i fusti in macerazione per impedire che risalissero in superficie all'interno del curatoio (Cfr. G. ROHLFS, alla voce catisciare).

Anticamente la macerazione avveniva prevalentemente in acque stagnanti o correnti. Nel primo caso il processo fermentativo risultava decisamente accelerato; poiché in passato la sorgente del fiume Borraco si trovava al centro di una vasta plaga paludosa (poi bonificata all’inizio del 1900), la zona si prestava perfettamente, per le sue caratteristiche, a ospitare il “cautisciatoio”. Nondimeno, la natura stagnante delle acque comportava esalazioni nocive che rendevano insalubre il territorio circostante, contribuendo alla diffusione di malattie come la malaria. Per questo motivo, già nei primi anni dell’Ottocento e complice la progressiva diffusione del cotone, il “cautisciatoio” fu definitivamente dismesso.

Còtula, còtula. Linu mia, ca mo’ è tiémpu ti cutulàri = “scuoti, scuoti, lino mio, che ora è tempo di scuotere”, riferito al presentarsi di una situazione favorevole (Cfr. D. NARDONE, N. DITONNO, S. LAMUSTA, pp. 303-304).

riferimenti bibliografici dell'autrice A.M.S. Mancino da "Manduria in giro"

IL QUADRO DI SAN PIETRO IN BEVAGNA Come è noto, l'icona che si può ammirare nella chiesa di San Pietro in Bevagna non è ...
30/06/2026

IL QUADRO DI SAN PIETRO IN BEVAGNA

Come è noto, l'icona che si può ammirare nella chiesa di San Pietro in Bevagna non è il primitivo dipinto del Santo, ma l'ennesima, recente copia. In relazione alle vicende, antiche e recenti, riguardanti questa venerata e taumaturgica immagine, è possibile ricostruire una precisa evoluzione storica.

In epoca altomedievale (secoli V-X), nel primitivo sacello di Bevagna officiato dai monaci italo-greci (i cosiddetti "basiliani"), era certamente presente un'icona su tavola in stile bizantino, oggi definitivamente perduta. Di essa non è in alcun modo possibile ricostruire l'aspetto originario; si può solo ipotizzare, per analogia con i tanti manufatti coevi presenti nelle chiese dell'ecumene cristiano sia occidentale che orientale, che presentasse San Pietro in posizione frontale e con atteggiamento ieratico.

Nel Basso Medioevo, dopo l'affidamento del santuario al clero benedettino ad opera dell'autorità politica normanna, in un periodo imprecisato (ma verosimilmente nel corso del secolo XVI) l'originaria tavola picta bizantina venne sostituita con un'altra tavola di stile e iconografia completamente differenti. L'immagine rappresentata nel dipinto "mutò di greco in latino", assumendo un impianto stilistico e compositivo moderno che l'avrebbe contrassegnata fino ai giorni nostri.

Su questi aspetti si è soffermata la studiosa B. Tragni (Cfr. G. Lunardi - B. Tragni, San Pietro in Bevagna nella storia e nella tradizione, Manduria 1993, pp. 74-75). Il nuovo schema figurativo, fissato non anteriormente al XVI secolo (nelle province meridionali, infatti, gli schemi bizantini prevalsero in pittura fino al XV secolo), propone un'immagine del Santo piuttosto insolita e lontana dalla nota tipologia. San Pietro, qui rappresentato a mezzo busto e con i suoi specifici attributi iconografici, non porta il consueto abbigliamento (tunica azzurra e mantello giallo), ma indossa vesti dalle tonalità più scure.

Nella sua opera Manduria Sacra, il Tarentini riporta che nel 1854 fu effettuato un "restauro" al dipinto petrino ad opera del pittore Semerano, al quale fu dato agio di richiamare alcune linee sbiadite. Chi era questo artista? Si trattava con ogni probabilità di Antonio Vito Semeraro, pittore di Locorotondo, che in quello stesso anno (1854) firmava la tela raffigurante San Rocco e gli appestati, tuttora collocata nella chiesa di San Rocco a Locorotondo. Gli abitanti di Locorotondo avevano infatti uno storico legame con il Santuario di Bevagna: vi si recavano in pellegrinaggio, insieme ad altri cittadini del barese, il giorno della festa del Santo (29 giugno) e per le "Perdonanze" (1, 2 e 3 aprile), come ampiamente testimoniato da ex voto, documenti e ricordi personali.

Non è da escludere che il restauro del quadro di San Pietro — che seguì di due anni il ritocco della tempera con i Santi Pietro, Andrea e Marco ad opera del pittore calabrese F.A. Lupi — sia stato finanziato proprio da uno dei tanti pellegrini di Locorotondo, il quale potrebbe aver contattato personalmente il pittore suo compaesano. Ieri come oggi, infatti, tutto ciò che è legato al Santuario, oltre al clero, vede sempre in primo piano i devoti.

Il quadro del XVI secolo fu rubato nella notte tra il 13 e il 14 settembre del 1914. Fu tuttavia ridipinto "a memoria" dalla pittrice manduriana Olimpia Camerario e reso disponibile già dal 24 dicembre dello stesso anno.

Il quadro della Camerario fu successivamente sostituito da un altro dipinto, realizzato nel 1972 dal pittore maltese Oscar Testa su commissione dell'allora vescovo di Oria, Mons. Semeraro. L'immagine attuale, invece, è opera del pittore ungherese F. Miklos, che vi ha apposto la firma in basso a destra (appena leggibile poiché coperta dalla cornice lignea), indicando che il quadro è una copia da Olimpia Camerario. Il dipinto attuale è dunque totalmente moderno, anche nei valori luministici: il soggetto, chiaroscurato, è colpito da una luce "mistica" che ne illumina il volto. L'immagine è inserita in una ricca cornice che rappresenta, anch'essa, un piccolo capolavoro di artigianato.

Documenti d'archivio (Anno 1914)
26 Giugno 1914: Si ebbe la nuova cornice per il quadro di San Pietro, realizzata per espresso desiderio del popolo, il quale era rimasto discontento della precedente cornice (sebbene anch'essa nuova, fatta a spese del devoto Cosimo Tatullo). Questa nuova cornice non era stata eseguita secondo il sistema della prima, e perciò il popolo non vedeva di buon occhio ciò che si allontanava dal tipo antico. Il cappellano, incoraggiato da alcuni devoti, cercò di appagare il desiderio popolare dandone l'incarico a Vincenzo Digiacomo di Michele, originario di Manduria e dimorante a Napoli. Questi eseguì il lavoro d'intaglio per la somma di lire 300,00; altre lire 150,00 furono spese per la doratura e lire 35,75 per l'imballaggio, la cassa, il viaggio, ecc. Per questa cornice, quattro devoti offrirono la somma complessiva di lire 330,00 .
24 Dicembre 1914: Si acquistò il nuovo quadro di San Pietro per la somma di lire 500,00, dipinto dalla concittadina Olimpia Camerario fu Giovanni. La pittrice seppe imitare molto bene il quadro rubato e il popolo ne rimase oltremodo contento. Il 29 dello stesso mese Monsignor D. Antonio di Tommaso si recò sul posto per benedire il suddetto quadro, e la sera del 30 se ne fece l'inaugurazione nella Chiesa Collegiata. Il denaro per l'acquisto del dipinto fu versato dal Vescovo e attinto dalla somma che lo stesso ricevette dal dottor Tommaso Massari, già destinata al culto del Santuario.
Testo estrapolato da un articolo di Nicola Morrone su Fondazione Terra d' Otranto

1. Iconografia del dipinto, racchiuso in una cornice quadrata all'interno della struttura monumentale, ritrae San Pietro Apostolo a mezzo busto:il Santo è raffigurato con i tratti tradizionali della sua iconografia classica. Mostra una barba folta e scura (che sfuma sul grigio), capelli radi e uno sguardo intenso, rivolto verso l'osservatore o leggermente di tre quarti, capace di trasmettere autorevolezza, saggezza e profonda umanità.
Gli attributi:
Nella mano sinistra (a destra per chi guarda), regge saldamente le chiavi, simbolo del potere spirituale e del mandato divino .Nella mano destra tiene un libro (le Scritture o i Vangeli), che rimanda al suo ruolo di testimone della Parola e di fondatore della Chiesa.
I colori: il manto presenta tonalità scure e sobrie, che fanno risaltare la luminosità del volto e delle mani su uno sfondo neutro e profondo.
2. La struttura che racchiude il dipinto non è un semplice elemento decorativo, ma un vero e proprio manifesto teologico e onorifico che esalta il primato petrino:Il fastigio superiore: sopra la modanatura mistilinea con inserti in velluto rosso, spicca il trionfo delle insegne papali:
La tiara papale (o triregno), simbolo della triplice autorità del Pontefice (padre dei re, rettore del mondo, vicario di Cristo).Le chiavi decussate (incrociate), emblema araldico della Santa Sede.La croce patriarcale a due bracci, che sormonta l'intera composizione.
La base: la parte inferiore della cornice è caratterizzata da volute baroccheggianti e intagli speculari che racchiudono un elemento centrale (una piccola croce o un monogramma), il quale funge da solido piedistallo visivo per l'intera edicola.

Indirizzo

Manduria
74024

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