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Punto GG - Le romane tengono il passo dell’Inter. Grosso primo esonerato!*********La terza giornata comincia a sgranare ...
08/09/2026

Punto GG - Le romane tengono il passo dell’Inter. Grosso primo esonerato!
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La terza giornata comincia a sgranare la classifica com’era inevitabile stante la presenza dei primi scontri diretti.
A Torino il Milan sfiora il colpaccio grazie al giovane Cisse ma Gatti, uomo della provvidenza bianconera, ne strozza in gola l’urlo di gioia.
Per Spalletti i problemi paiono ancora lontano dall’essere risolti, anche in virtù dei numerosi infortuni che ne stanno decimando la rosa.
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Il Como prosegue la marcia abbattendosi sul malcapitato Genoa che De Rossi al momento non riesce a far ripartire. Ora per Fabregas inizierà la fase più difficile: continuare la striscia positiva in campionato e contemporaneamente reggere la barra in Champions League.
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Inter e Roma cercano di farsi largo ai danni Napoli e Atalanta; entrambe vincono in rimonta sfidandosi a duello; terzo incomodo al momento la sorprendente Lazio di Gattuso che espugna Udine e resta incollata alla testa.
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Il primo esonero tocca a Grosso che perde la terza partita consecutiva e viene sostituto da Vanoli chiamato per il secondo anno consecutivo a salvare una stagione che partita tra mille attese rischia di impantanarsi nelle zone meno nobili della classifica.
Gg

Lazio e Frattesi: +6!******I biancocelesti vincono anche all’Olimpico ****Seconda gara di campionato e seconda vittoria ...
03/09/2026

Lazio e Frattesi: +6!
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I biancocelesti vincono anche all’Olimpico
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Seconda gara di campionato e seconda vittoria per la Lazio che supera il Genoa nel deserto dell’Olimpico.
I biancocelesti hanno giocato una discreta partita imponendosi grazie al secondo gol di Frattesi il cui impatto sul mondo Lazio dimostra quanto nel calcio sia ancora importante la qualità.
Molto bene sulle fasce Floriani Mussolini, che alla lunga potrebbe guadagnarsi il posto in luogo di Marusic, e Tavares, apparso quasi nella versione “deluxe” che due stagioni fa nei primi mesi aveva squassato il campionato.

Punto GG - Il Como “spaccaNapoli” ma la Roma fa paura!******Sei  squadre a punteggio pieno, sette ancora al palo: campio...
02/09/2026

Punto GG - Il Como “spaccaNapoli” ma la Roma fa paura!
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Sei squadre a punteggio pieno, sette ancora al palo: campionato già spezzato in due?
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La seconda giornata regala conferme e semina incertezze; la serie A sembra già divisa in due tronconi come non avveniva, dopo due turni, da diversi anni.
Il risultato della settimana lo centra il Como che sbanca il Maradona anche oltre il 2-1 finale scritto sul tabellino. La formazione di Fabregas ha impressionato per personalità e fluidità del suo gioco; male il Napoli di Allegri che già all’esordio col Genoa non aveva di certo illuminato la scena.
Vola la Roma sulle ali di Malen; 8 reti senza subirne nelle prime due uscite fanno intendere chiaramente le intenzioni dei giallorossi che giocano a memoria e sembrano ben consapevoli della loro forza e della grande occasione che potrebbe presentarsi in questa stagione.
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Tra le altre da mettere in evidenza la solidità dell’Inter, che però deve migliorarsi nel rapporto occasioni create/realizzazioni, la crescita del Milan che forse ha finalmente trovato un vero centravanti, e la sorpresa Lazio, capace di cogliere due vittorie grazie a Frattesi e ad una impermeabilità difensiva insospettabile alla vigilia.

Punto GG - Prima giornata senza sorprese e sotto il segno della Capitale*****Roma e Lazio firmano le vittorie più signif...
25/08/2026

Punto GG - Prima giornata senza sorprese e sotto il segno della Capitale
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Roma e Lazio firmano le vittorie più significative del turno d’esordio
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Inizia senza sorprese il massimo campionato; le favorite vincono tutte tranne il Como, ma ghermire i tre punti al Friuli quest’anno potrebbe essere difficile per tutti.
L’Inter passeggia nella ripresa grazie soprattutto al suo “pulcino” Pio, talento ormai definitivamente sbocciato e pronto per soffiare il posto da titolare a Thuram anche quando il francese ritroverà la forma perduta. Per Juric un primo tempo di speranze dalle quali ripartire per cercare una salvezza che pare molto lontana.
Soffre la Juve, soprattutto per la difficoltà di chiudere un risultato subito messo in cascina dal ritrovato Bremer. Ora con Yildiz fermo ai box, riprenderà la caccia ad un vero bomber che sappia concretizzare meglio il lavoro della squadra.
Il Milan di Amorim impressiona favorevolmente, più di quanto non dica il tabellino finale, tra nuovi (Cisse) e vecchi (Rabiot) protagonisti.
Ma i tre punti più pesanti li colgono le romane, con modalità e motivazioni diverse.
La Roma in p***a magna, col pubblico festante che la spinge alle spalle, arremba spavalda e maramaldeggiante, schianta la Viola baciata dal mercato e avvisa il campionato: con un Dybala e un Malen in queste condizioni nessun traguardo può essere precluso!
I biancocelesti invece, paiono una truppa assoldata con piatti di minestra e un letto caldo, ma in campo lottano, sudano e faticano fino alla fine portando a casa una vittoria fondamentale per il morale del gruppo (che c’è) e per dare energia all’ambiente (almeno alla parte che ci crede ancora); decisivo Frattesi, a testimoniare che la qualità può fare ancora la differenza.
Amen

Addio a Kaiser Franz. capitano rossonero***********Purtroppo stavolta è tutto vero; la notizia che nessuno avrebbe volut...
01/08/2026

Addio a Kaiser Franz. capitano rossonero
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Purtroppo stavolta è tutto vero; la notizia che nessuno avrebbe voluto ricevere, improvvidamente e con scarsa sensibilità e professionalità anticipata da qualcuno un paio di giorni fa,
è giunta ieri mattina direttamente dal Milan, la sua casa, la sua famiglia…
Franchino Baresi, per tutti Franco, se n’è andato a 66 anni dopo una malattia che dallo scorso anno lo teneva in scacco come nessun attaccante avversario era mai riuscito a fare dentro il rettangolo verde…

Inizialmente soprannominato Piscinin e poi Kaiser Franz (in onore di Franz Beckenbauer), è stato senza ombra di dubbio uno dei più forti e rappresentativi calciatori del calcio mondiale; un difensore completo, dotato di tecnica sopraffina, senso tattico straordinario e una personalità strabordante, il libero moderno per antonomasia come e forse più di Scirea al quale lo lega, oltre al ruolo e alla classe, un’immagine pulita, di uomo limpido, senza macchia e senza paura.
Le sue lacrime incontrollabili al termine della sfida persa ai rigori contro il Brasile ne testimoniano lo spirito più di ogni parola…
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GLI INIZI
Bandiera indiscutibile del Milan, del quale è stato capitano per 15 stagioni, in maglia rossonera ha conquistato sei scudetti, tre Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, due Supercoppe UEFA, e quattro Supercoppe italiane, componendo davanti a Galli e poi Rossi, con Tassotti, Costacurta e Maldini una linea “maginot” difficilmente superabile.

Rimasto orfano a quattordici anni, sembrava portarsi sempre dietro un alone di malinconia, una giovinezza sfiorita precocemente che lo fece crescere e maturare più in fretta, donandogli grande equilibrio e quel senso del pudore che gli impediva di andare oltre una semplice smorfia, “una specie di sorriso” avrebbe cantato De Andrè, anche nelle occasioni più importanti e gioiose.
Seguendo le orme del fratello Giuseppe, anch’egli ottimo calciatore e bandiera interista, Baresi a 12 anni sostenne un provino per la formazione nerazzurra ma non venne reclutato in quanto ritenuto troppo gracile…
Al terzo tentativo andò meglio sull’altra sponda dei navigli grazie alla perseveranza di Italo Galbiati e Guido Settembrino.
L'esordio in serie A non tarda: Franco viene lanciato nella mischia a Verona quando ha appena 17 anni; nel 78-79 Liedholm rompe ogni remora e lo impone come titolare nel delicato ruolo di libero; il Milan quell’anno vince lo scudetto, quello della prima stella!
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Atti d’amore

Al termine della stagione successiva il Milan viene retrocesso per lo scandalo delle scommesse; Baresi, nonostante fosse considerato tra i più forti talenti emergenti del momento, decide di non lasciare i rossoneri e resta in B anche due anni dopo quando il Milan retrocede nuovamente sul campo (anche a causa della sua lunga assenza dovuta ad una malattia del sangue). A 22 anni quindi, in piena ascesa professionale, rifiuta le offerte della Juventus e dopo la partenza di Collovati e Maldera, diventa il capitano del Milan, che contribuisce a riportare definitivamente nella massima serie. La società negli anni successivi riceve proposte concrete anche da Sampdoria ed Inter ma “Franz” resta sempre al suo posto dimostrando un grande attaccamento ai colori rossoneri.

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Berlusconi, Sacchi, gli olandesi e…Baresi

L’arrivo di Silvio Berlusconi alla presidenza del Milan ne cambia per sempre la storia e Baresi, che ne è il leader indiscusso, alza al cielo con la fascia al braccio, una serie infinita di trofei nazionali ed internazionali:
Sacchi, meticoloso fino allo stremo e “fanatico” della tattica, nei primi tempi a Milanello, secondo una “leggenda” mai confermata, gli mostra i movimenti della difesa del Parma ed in particolare di Signorini per spiegargli cosa vuole da lui; inizialmente il rapporto col mister di Fusignano non è dei più semplici ma man mano imparano a fidarsi l’uno dell’altro e Baresi diventa “il capitano con il braccio alzato” imponendosi non solo al suo reparto difensivo e a tutta la squadra, che comandava a bacchetta indicando i movimenti e i tempi delle chiusure e delle ripartenze, ma a volte, sostenevano soprattutto gli avversari e gli osservatori più critici, perfino a direttori di gara e guardalinee che rischiavano di rimanere schiacciati dalla sua fortissima personalità ed esserne condizionati nelle scelte, specie sulle chiamate del fuorigioco…

Sono gli anni degli “invincibili”, delle Coppe dei Campioni, degli scudetti, delle Supercoppe e delle Intercontinentali; il cambio in panchina, da Sacchi a Capello non incide sulla forza della squadra e sulla leadership di Franco che continua a dominare su compagni e avversari con quell’aria a volte truce, altre distensiva; i suoi interventi in piena area di rigore sono operazioni chirurgiche, gli scarpini, anche a bulloni esposti come un tempo si poteva, al posto del bisturi; scivolate, colpi di testa, uscite palla al piede e testa alta, rigori realizzati con freddezza e precisione.

Nel 1989, pur essendo un difensore, sfiora il Pallone d’Oro preceduto in classifica soltanto dal compagno di squadra Van Basten. Un’occasione sprecata da parte del mondo del calcio per consegnare un riconoscimento tangibile al “Kaiser” che resta il vincitore morale di quell’edizione e che riceverà una riproduzione del prestigioso trofeo il giorno del suo ritiro dalle mani del presidente Berlusconi che ne attesta così l’importanza ed il peso specifico per il suo Milan: perché quello fu senza dubbio il Milan di Sacchi e Capello, il Milan degli olandesi, di Savicevic e di Weah, ma fu soprattutto il Milan di Franco Baresi.

Il mitico capitano rossonero abdica il 1º giugno 1997 all’età di 37 anni disputando la sua settecentodiciannovesima partita con la formazione meneghina; la sua maglia numero 6, prima volta nel calcio italiano, viene ritirata dalla società: quel numero rimarrà per sempre scolpito insieme al suo nome.
31 le reti realizzate in carriera delle quali 21 dal dischetto; per una strana curiosità Baresi nel 1989-90 è stato capocannoniere, con 4 realizzazioni, della Coppa Italia, l’unico trofeo nazionale che non è mai riuscito a conquistare.
8 invece le reti insaccate nella propria porta (ma ai tempi bastava “guardare” il pallone per vedersi assegnato un autogol…) che lo collocano al primo posto di questa classifica insieme a Riccardo Ferri.

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In Azzurro tra delusioni e successi

Baresi naturalmente arriva presto alla maglia della Nazionale, prima quella dell’Under 21 con la quale disputa gli Europei 1980 e 1982, e poi quella della selezione maggiore ad appena 20 anni. Bearzot lo chiama anche per i Mondiali spagnoli, poi vinti, ma preferendogli il più esperto Scirea non lo schiera nemmeno per un minuto. L’esordio avviene così nel dicembre 1982 ma il suo rapporto con la maglia azzurra resta controverso perché nonostante le sue ottime prestazioni col Milan non ottiene mai la fiducia piena del “Vecio” che addirittura in diverse occasioni lo schiera da mediano davanti alla difesa, ruolo che sarà ricoperto dal fratello Giuseppe ai mondiali del 1986 per i quali non viene neppure convocato posposto al veronese Tricella, anche a seguito di un acceso diverbio col CT durante il torneo olimpico 1984.
Con l’avvento di Vicini sulla panca azzurra, Baresi torna al suo posto e stavolta da titolare e da libero. Gioca da protagonista gli Europei 1988 e soprattutto il Mondiale italiano del 90’; l’Italia subisce un solo gol in tutta la competizione ma non arriva oltre la terza piazza.
Nel 1991 Baresi ritrova Sacchi che appena assunto il ruolo di CT gli conferisce naturalmente la fascia da capitano.
Nel 1992 annuncia il ritiro dalla nazionale ma Matarrese, presidente federale, lo convince a tornare sui suoi passi e così, fascia al braccio e maglia rigorosamente fuori dai pantaloncini, Baresi affronta da vero leader anche il Mondiale del 1994 negli Stati Uniti.
Qui il Kaiser compie l’ennesima impresa; alla seconda partita subisce la rottura del menisco ma nonostante i suoi 34 anni recupera a tempi di record e torna in campo 25 giorni dopo in occasione della finalissima contro il Brasile; quella coi gialloverdi è da molti considerata la sua partita migliore in assoluto. Tatticamente perfetto, Franco non commette nessun errore chiudendo tutti i varchi davanti a Pagliuca; purtroppo non serve per vincere la Coppa; Baresi si assume anche la responsabilità di calciare il primo dei rigori decisivi e con Massaro e Roberto Baggio è uno dei tre azzurri a fallirlo. A fine gara il suo pianto a dirotto è un misto tra rabbia, scarico dopo la tensione e la fatica accumulata per recuperare dall’infortunio ed esserci, e delusione…
Il suo bilancio azzurro conta 81 presenze e 1 gol.
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Milanista a vita

Dopo il ritiro Baresi resta comunque al Milan ricoprendo vari incarichi sia in panchina, come tecnico della Primavera e della Berretti, sia da dirigente; “tradisce” il rossonero soltanto per 81 giorni durante la sua brevissima esperienza da direttore sportivo del Fulham.
Il 28 ottobre 2020 la nuova proprietà Elliott lo nomina vicepresidente onorario del club, carica che ricoprirà fino alla sua prematura scomparsa.

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia*****Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di...
18/07/2026

Saluto a Osvaldo Bagnoli, l’ultimo allenatore a vincere in provincia
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Se n’è andato stamattina, alla veneranda età di 91 anni, Osvaldo Bagnoli, passato alla storia calcistica per aver portato lo scudetto fuori dalle città metropolitane guidando al successo l’Hellas Verona che mai prima di allora aveva nemmeno sperato di poter raggiungere simili traguardi.
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Nato nel 1935 a Milano (nel quartiere della Bovisa), dopo gli inizi in società dilettantistiche, a vent’anni viene acquistato dal Milan ed esordisce in serie A disputando le ultime otto partite della stagione 1955-56. Nei due anni in rossonero vince uno scudetto ed una Coppa Latina (una delle “antenate” dell’odierna Champions League), competizione nella quale risulta decisivo realizzando una rete al Benfica in semifinale ed una all’Atletico Bilbao nella finalissima.
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Calciatore di buon livello

Al Milan però c’è poco spazio e la stagione successiva Bagnoli entra in contatto per la prima volta col suo destino: i meneghini lo cedono al Verona con il quale disputa tre campionati, uno in A e due in serie B (per un totale di 27 reti in 97 gare).

Dopo un rapido passaggio all’Udinese, si trasferisce al Catanzaro nel quale disputa altre tre stagioni tra i cadetti (22/102) prima di passare alla Spal. Qui gioca insieme a Reja e Capello, pure loro futuri allenatori, conquista una promozione in serie A e due salvezze; in 92 apparizioni centra per 12 volte il bersaglio, tra cui il gol che regala la permanenza nella massima serie nella decisiva sfida col Brescia.

A 32 anni scende in serie C tornando per un anno in Friuli; qui, complice un incidente stradale, medita di attaccare gli scarpini al chiodo ed accettare un lavoro alla Mondadori ma poi cede alle lusinghe del Verbania, sempre in terza serie. A seguito di un grave infortunio nella stagione successiva assume il doppio incarico di allenatore – giocatore. Conclude la sua parabola agonistica nel 1973, a 38 anni, con un totale di 319 presenze tra A e B.

Inizialmente ala destra, Bagnoli ha interpretato soprattutto il ruolo di mezzala, arretrando poi in mediana e giocando da libero nelle ultime stagioni al Verbania. Calciatore di buon livello, era dotato di un’ottima visione di gioco e particolarmente abile nelle conclusioni dalla distanza.
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Gli inizi da allenatore

Dopo le prime esperienze nel Verbania, inizia la carriera di allenatore alla Solbiatese (serie C) per poi passare sulle panchine di Como, Rimini e Fano. Alla guida del Cesena, dopo averla sfiorata nel torneo precedente, conquista la promozione in serie A al termine del campionato 1980-81. Nonostante il successo ottenuto, Bagnoli decide di lasciare la compagine romagnola per sposare il progetto del presidente Guidotti e si accasa al Verona col quale vince di nuovo il campionato cadetto ed inizia di fatto la costruzione del suo “miracolo” sportivo.

Nella stagione successiva, con l’ossatura della formazione promossa rinforzata da calciatori “scartati” dalle grandi perché non ritenuti all’altezza e dal brasiliano Dirceu, si piazza al quarto posto e si gioca la Coppa Italia perdendo la doppia finale con la Juventus con un gol decisivo di Platini al 119’. L’anno seguente, senza innesti di grande rilievo, arriva sesto e perde nuovamente la finale di Coppa Italia, stavolta con la Roma, a causa di un’autorete di Ferroni nella gara di ritorno.
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Il miracolo Verona

Forse nemmeno Bagnoli se ne rende conto ma ormai il dado è tratto: con l’arrivo decisivo del gigante tedesco Briegel, un terzino che il tecnico piazza in mezzo al campo, e del potente centravanti danese Preben Larsen-Elkjaer, i gialloblù avviano sin dalla prima giornata (3-1 al Napoli di Maradona) una cavalcata trionfale che spazza via chiunque si frapponga sulla loro strada.

Quel Verona è quanto di più somigliante si sia mai visto alla Lazio di Maestrelli di dieci anni prima; una squadra formata da un gruppo di uomini un po’ sgangherati e dal carattere difficile da domare, gente che prima e dopo quegli exploit fece difficoltà a raggiungere livelli sia pure soltanto paragonabili a quelli toccati in quei frangenti, soprattutto grazie all’opera sapiente di due maestri di calcio, che sapevano essere per loro dei padri putativi, dei punti di riferimento anche e soprattutto fuori dal campo.

Così Garella diventa Garellik, Galderisi asciuga le polveri bagnate dalle tante panchine bianconere e con 11 reti è il cannoniere dello scudetto, Fanna vive una seconda giovinezza che lo riporta in azzurro, Di Gennaro è il regista che spegne o accende le fasi di gioco, Marangon uno stantuffo inesauribile, Fontolan e Tricella una coppia insuperabile…

L’alchimia magica, in quanto tale, non può durare e la stagione successiva il Verona, privato dal mercato di alcuni elementi cardine, è soltanto decimo; in Coppa dei Campioni ha la sfortuna di incrociare la Juventus al secondo turno ed esce prematuramente pur non demeritando. La parabola veronese di Bagnoli si chiude definitivamente nella stagione 1989-90 quando gli scaligeri, ormai lontani e sbiaditi parenti dello squadrone tricolore, e con le casse societarie in dissesto, finiscono mestamente in serie B. Il “mago della Bovisa” non si spaventerebbe nel ripartire dalla serie cadetta ma entra in contrasto con la nuova proprietà e lascia a malincuore la “sua” Verona per trasferirsi a Genova, sponda rossoblu.
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Genoa ed Inter tra gioia e amarezza

Con un formazione che ricorda negli uomini e negli schemi quella Campione d’Italia nella città di Giulietta (la coppia Aguilera – Skuhravy in particolare sembra la riedizione di quella formata fa Elkjaer e Galderisi), Bagnoli centra un mirabolante quarto posto, miglior piazzamento del Genoa in serie A nel dopoguerra e nella stagione successiva porta la formazione ligure fino alla semifinale di Coppa Uefa, persa contro i lancieri dell’Ajax e dopo aver espugnato addirittura il campo del Liverpool!

Dopo voci che lo vedevano accostato alla panchina del Milan (lo stesso Bagnoli affermò anni dopo che Berlusconi non lo volle in quanto uomo di sinistra…), accetta la corte dell’Inter e al primo anno si siede sulla piazza d’onore proprio alle spalle della quasi invincibile armata rossonera. Nella stagione successiva, complice il difficile adattamento dei due olandesi Bergkamp e Jonk, coi quali va in conflitto per questioni tattiche, i nerazzurri stentano parecchio e a febbraio, dopo una sconfitta interna con la Lazio, Bagnoli viene esonerato. Amareggiato da quanto accaduto e non rispecchiandosi più in un mondo del calcio che sta rapidamente cambiando, Bagnoli a soli 59 anni decide di ritirarsi e non accetta più nessun offerta di lavoro, rimanendo completamente fuori dal circo mediatico che nel frattempo si è sviluppato attorno al pallone.
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Il lascito umano di Bagnoli

Questa scelta finale, definitiva, ci aiuta a capire, e spiega a chi non ha avuto modo di conoscerlo, chi fosse davvero Osvaldo Bagnoli; un tecnico di assoluto valore ma soprattutto un uomo cresciuto con la consapevolezza che il valore del sacrificio fosse quello fondamentale nel calcio come nella vita quotidiana. Uomo di poche parole, di silenzi che indicavano la via da seguire. In un calcio nel quale si cominciava a diffondere il turnover ed il concetto di rosa lunga, preferiva costruire un gruppo coeso di 14-15 elementi pronti a gettarsi nel fuoco per lui; zona, zona mista, pressing e tattiche particolarmente elaborate non erano per lui: le sue squadre praticavano un calcio semplice, “pane e salame”, ma sapevano essere antiche ed innovative nello stesso momento.

Vinse dove nessuno aveva mai vinto e chissà se qualcun altro riuscirà a vincere ancora…
Buon viaggio mister!

Un bomber tra le stelle: addio ad Igor Protti*****“Il triplice fischio è arrivato” scrive lui stesso nel messaggio che h...
20/06/2026

Un bomber tra le stelle: addio ad Igor Protti
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“Il triplice fischio è arrivato” scrive lui stesso nel messaggio che ha voluto lasciare per salutare i suoi amici, i suoi tifosi e tutti quelli che lo hanno conosciuto o solo sfiorato durante il sentiero della sua vita, divenuto, negli ultimi mesi, un percorso ad ostacoli, irto di difficoltà e prove durissime che alla fine lo hanno spento, ma non certo battuto.
Igor Protti, per tantissimi motivi, resterà sempre vivo nella memoria di chi lo ha visto giocare, di chi lo ha ascoltato almeno una volta, di chi ha avuto la fortuna e l’onore di potergli vivere accanto. A cominciare dalla figlia, accompagnata all’altare poche settimane fa nonostante non ne avesse visibilmente le forze…
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Nato a Rimini ma livornese d’adozione, Igor è stato un attaccante completo, molto forte tecnicamente, veloce e determinato in area di rigore, capace di soluzioni acrobatiche anche al di là della sua non eccelsa fisicità. Uomo tutto d’un pezzo ha sempre anteposto la sua integrità morale alla carriera, preferendo essere un punto di riferimento in realtà di provincia piuttosto che uno dei tanti in squadroni metropolitani, che pure ha frequentato lasciando ottimi ricordi, spesso anche superiori a quanto effettivamente realizzato sul campo.
Insieme a Dario Hubner, altro esempio di calciatore buono per tutte le stagioni, è stato in grado di vincere la classifica di capocannoniere nelle tre principali categorie (A, B, C1) e l’unico a trionfare tra i goleador della massima serie pur militando in una formazione poi retrocessa (il Bari).
La sua statura morale fuori dal campo è evidenziata dalla nomina ad Ambasciatore dell’Unicef ricevuta quando era ancora in attività.
Nel 2009 nell'ambito di un progetto di beneficenza, ha interpretato una versione narrata de “La Bohème” al Teatro “I 4 mori” di Livorno e nello stesso anno con la compagnia teatrale Mayor Von Frinzius, composta per metà da portatori di handicap psichico, ha portato in scena al teatro Carlo Goldoni di Livorno lo spettacolo “Agàpe. Ti manca chi c'è, t'innamori di chi manca”.
Nel 2025 nelle principali piazze che lo hanno visto protagonista come calciatore è stato girato un docufilm, “Igor, l’eroe romantico del calcio”, pieno di interventi di suoi ex compagni di squadra e allenatori (tra i quali ricordiamo Lucarelli, Galante, Chiellini, Tovalieri, Mazzarri e Signori…), che oltre a ripercorrerne la carriera ne rimarca in maniera significativa e preponderante l’aspetto umano.
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Il 5 luglio 2025, Igor ha rivelato pubblicamente la sua malattia (cancro al colon), diagnosticata un mese prima, per poi ribadire l’8 settembre dello stesso anno che nonostante un intervento chirurgico ed i pesanti cicli chemioterapici, la stessa non era stata debellata ma anzi aveva aggredito le sue ossa….
Il 12 dicembre 2025 è stato tedoforo in occasione dei Giochi Olimpici di Milano Cortina 2026, portando la fiamma olimpica nella “sua” Livorno, e poche settimane dopo ha ricevuto la "Livornina d'oro",massima onorificenza della città labronica della quale è stato nominato cittadino onorario, così come a Bari.
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Esordi ed esplosione
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Giovane talentuoso, esordisce appena sedicenne nel Rimini, in serie C1, attirando le attenzioni del Milan che lo acquista e lo gira in prestito al Livorno; qui si guadagna pian piano la maglia da titolare e nell’ultima giornata della sua terza stagione in maglia granata realizza il gol che di fatto evita la retrocessione della squadra.
Dopo una breve parentesi alla Virescit Bergamo, approda al Messina, in serie B, per rimpiazzare Salvatore Schillaci, passato alla Juventus. Qui diviene subito un beniamino dei tifosi ed incasella 31 reti in tre stagioni. Nonostante la retrocessione in C Protti si dichiara pronto a rimanere in Sicilia ma la sua cessione al Bari è necessaria alla società peloritana per evitare il fallimento.
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A Bari diventa lo Zar
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Coi galletti segna gol pesanti e conquista finalmente la serie A; i tifosi lo ribattezzano Zar Igor.
Nella stagione 1995-96 con 24 reti si laurea cannoniere principe del torneo al pari del laziale Signori; curiosamente entrambi, nonostante la messi di reti realizzate, vengono ignorati da Arrigo Sacchi che per gli Europei in Inghilterra li lascia a casa preferendo Enrico Chiesa.
Nonostante l’exploit di Protti il Bari retrocede ed Igor viene ceduto proprio alla Lazio andando a costituire, sulla carta, una coppia esplosiva quanto anomala con lo stesso Signori; a Roma però le cose non girano per il verso giusto e l’attaccante romagnolo trova poco spazio. I tifosi biancocelesti tuttavia lo erigono a loro idolo imperituro il 4 maggio del 1997 quando, in pieno recupero, quasi in “estirada”, con un guizzo, insacca il pari nel derby, mandandoli in visibilio inscenando il “trenino” che lo aveva reso celebre al Bari.
L’anno dopo è l’ultimo calciatore a segnare un gol in serie A con la maglia numero 10 del Napoli prima che la società partenopea decida di ritirarla in onore di Maradona.
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Rinascita a Livorno
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Dopo una sfortunata parentesi alla Reggiana, Protti, che pare ormai avviato alla sua parabola discendente, torna al Livorno in serie C, e rinasce!
Nel 2000-2001 con 20 gol è capocannoniere del girone A anche se la squadra fallisce la promozione perdendo la finale play-off contro il Como.
L’anno dopo ne fa addirittura 27, è ancora il re del gol e trascina i labronici in serie B.
Ormai è un fiume in piena e si conferma capocannoniere anche tra i cadetti con 23 reti. Quasi a sorpresa decide di ritirarsi ma le pressioni dell’ambiente, dei compagni di squadra e della società lo inducono a ripensarci. Mai scelta fu più azzeccata: Protti segna altri 24 gol che sommati ai 29 di Lucarelli significano serie A per il Livorno dopo 54 anni!
A 37 anni Igor si regala altre 6 reti nella massima serie e chiude col campo. Condisce la sua ultima apparizione con un gol alla Juve in un pirotecnico 2-2.
Nella storia del Livorno è il terzo giocatore per maggior numero di presenze e il secondo per maggior numero di gol in campionato.
La società toscana nel 2005 decide in suo onore di ritirare la maglia numero 10 ma lo stesso Protti due anni dopo acconsentirà al suo ripristino lasciandola indossare a Francesco Tavano.
Ben 257 reti realizzate in tutte le categorie e competizioni sono il lascito di un bomber senza paura che avrebbe senz’altro meritato di vestire anche la maglia azzurra, soltanto, ripetutamente, sfiorata.
Dietro la scrivania ricopre a più riprese vari incarichi, cercando di dare una mano al suo Livorno, più volte caduto e rinato, proprio come lui…

Addio a Beppe Savoldi, mister due miliardi e Marajà di Napoli****Bergamasco di nascita ma bolognese e napoletano d’adozi...
27/03/2026

Addio a Beppe Savoldi, mister due miliardi e Marajà di Napoli
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Bergamasco di nascita ma bolognese e napoletano d’adozione, quantomeno calcistica, Giuseppe Savoldi, che ci ha lasciato ieri a 79 anni, è stato una vera e propria icona del calcio italiano degli anni 70.
Attaccante di razza, forte fisicamente, dotato di buona tecnica e di una grande efficacia sui colpi di testa, ha realizzato 168 reti nella massima serie nell’arco delle sue 405 presenze, conquistando il titolo di capocannoniere per ben tre volte della Coppa Italia e del campionato nel 1972-73 (con 17 gol).
Un po’ di storia
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La sua famiglia è modesta come tante altre, gente comune ed onesta che tira avanti la carretta col sudore della fronte ma che ama e vive anche lo sport in un’Italia che si sta dolorosamente leccando le ferite infertele dalla seconda guerra mondiale; la madre, Gloria Guerini, è pallavolista e con la Amatori Bergamo conquista il titolo di Campione d’Italia nel 1946, un anno prima della nascita di Beppe che si dedica con ottimi risultati al salto in alto e al basket prima di optare definitivamente per il calcio grazie alle insistenze di Mihály Kincses, un ex calciatore ungherese alle dipendenze dell’Atalanta.
Savoldi debutta a livello professionistico il 29 agosto 1965 in Coppa Italia contro il Vicenza, realizzando una rete, mentre in serie A esordisce, giocando da ala sinistra, il 5 settembre successivo; la prima marcatura nella massima serie arriva l’anno dopo a Roma quando gli orobici passano per 3-1 sul campo della Lazio.
Esplosione e passaggio al Bologna
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La stagione successiva è quella della sua definitiva esplosione: con 27 presenze e 12 reti in campionato “Beppe -gol” attira l’attenzione delle grandi squadre. Alla fine la spunta il Bologna che lo acquista per 175 milioni di lire (più il cartellino del brasiliano Clerici), ottenendo anche un forte sconto per via di seri problemi alla schiena che in quel momento affliggevano l’astro nascente mettendone in dubbio perfino il proseguimento della carriera ad alti livelli.
Rimesso in sesto fisicamente, con la maglia rossoblù Savoldi disputa sette stagioni che lo consacrano tra i migliori attaccanti d’Italia; il suo pezzo forte è il colpo di testa: benché non sia propriamente un gigante mette bene a frutto i suoi trascorsi sportivi, stacca sempre con il tempo giusto beffando i coriacei e tutt’altro che delicati difensori dell’epoca. Nelle file della squadra felsinea vince due volte la Coppa Italia, nel 1970, anno in cui si fregia anche della Coppa di Lega Italo-Inglese, e nel 1974. In entrambe le vittorie Savoldi è assoluto protagonista perché si assicura anche la classifica dei marcatori della competizione, mentre nel 1972-1973 trionfa anche tra i bomber della massima serie, con 17 reti, a pari merito con due mostri sacri del calibro di Gianni Rivera e Paolino Pulici.
In tutto col Bologna realizza 140 reti, divenendo il quarto marcatore assoluto nella storia del club dietro Schiavio, Reguzzoni e Pascutti nonché, con 17 reti, il miglior goleador degli emiliani nelle coppe europee, a pari merito con Reguzzoni e Nielsen.
Arriva al Napoli e diventa MISTER DUE MILIARDI
Nell’estate del 1975, a 28 anni, Savoldi capisce che è giunto il momento di tentare il “colpaccio”, di vincere qualcosa d’importante in una piazza metropolitana, e così quando lo cerca il Napoli risponde di sì al direttore sportivo partenopeo Franco Janich, e si trasferisce nel capoluogo campano.
Al Bologna va la cifra record, per quel tempo, di due miliardi di lire (un miliardo e quattrocento milioni in contanti più i cartellini di Rampanti e ancora una volta Clerici).
Mentre i tifosi azzurri impazziscono di gioia alcuni giornali gridano allo scandalo, quasi fosse compito dei presidenti di calcio risanare l’Italia o far fronte alle difficoltà occupazionali e non solo del Meridione; alcuni operai scendono in piazza per protestare e viene presentata perfino un’interrogazione parlamentare!
Unico a schierarsi pubblicamente dalla parte dell’ingegner Ferlaino (lo stesso che 11 anni dopo acquisterà Maradona…) è Enzo Biagi dalle colonne del Corriere della Sera…
L’arrivo de “‘O Marajà”, come viene soprannominato l’attaccante bergamasco dai supporter napoletani, porta il record di 70.402 abbonamenti, rimasto imbattuto anche ai tempi del “Pibe de oro”! Con lui in campo il Napoli viene immediatamente inserito tra le possibili vincitrici dello scudetto e l’impatto di “Beppe gol” col nuovo ambiente è devastante; 7 reti nelle prime 7 partite ne fanno da subito più che un idolo.
Ma quell’ambitissimo triangolino tricolore, nei quattro anni di permanenza di Savoldi al San Paolo, non arriverà e la squadra, nonostante i goal del suo bomber (77 complessivi), riuscirà a conquistare soltanto una Coppa Italia ed una Coppa Italo-Inglese, senza riuscire a compiere un vero e proprio salto di qualità.
Fine carriera e Nazionale
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Alla fine della stagione 78/79 Savoldi viene considerato ormai a fine carriera ed il Napoli lo “restituisce” al Bologna in cambio del difensore Bellugi ed un conguaglio di 800 milioni di lire.
Il “vecchio” bomber però, non è ancora finito e con 11 reti in 29 partite manda nuovamente in visibilio i tifosi rossoblù ai quali però viene strappato a stagione in corso per il suo presunto coinvolgimento nel primo storico scandalo del calcio scommesse scoppiato fragorosamente nella primavera del 1980.
Torna a giocare nel 1982 grazie all’amnistia susseguente al successo azzurro nel mondiale spagnolo. Disputa però una sola stagione, in serie B, con la maglia dell’Atalanta, realizzando appena una rete in 16 presenze. Stavolta decide di smettere davvero ed appende gli scarpini al fatidico chiodo.
Poca fortuna con gli Azzurri
Il rapporto di Savoldi con l’azzurro non è dei più felici e comunque non rispondente al reale valore del calciatore.
Nel 1967 viene convocato nella rappresentativa Under 21 con la quale partecipa, e vince, i Giochi del Mediterraneo disputatesi a Tunisi. In prima squadra guadagna quattro “gettoni”, tutti nel 1975, e realizza una sola rete, su rigore, contro la Grecia in amichevole.
Nonostante le prestazioni e le reti realizzate, per lui le porte del Club Italia non si aprono più. In quegli anni giocare al di fuori dell’asse Milano – Torino equivaleva spessissimo a restare escluso dalla Nazionale, senza contare la preferenza in quel periodo per i cosiddetti “blocchi” ritenuti più idonei a favorire l’amalgama tra i giocatori e semplificare quindi il compito del commissario tecnico alle prese peraltro con una vastissima gamma di concorrenti come i mostri sacri Riva, Bettega, Graziani, Pulici e gli emergenti Altobelli, Rossi e Giordano.
A proposito di questo Savoldi dichiarò in un’intervista che “ai miei tempi contavano i clan. Assistevo impotente alle convocazioni di chi giocava nella Juventus o nel Torino e non sempre chi andava in campo al mio posto era migliore di me”.
Dopo una breve e non particolarmente fortunata carriera da allenatore, rimasto legatissimo all’ambiente, Savoldi ha partecipato per diversi anni a trasmissioni sportive su emittenti televisive napoletane in qualità di opinionista.

Il record ed il gol annullato dal…raccattapalle!
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Contro la Juventus, club che più di una volta aveva tentato di acquistarlo, è legata l’impresa storicamente più importante di Savoldi che il 14 maggio del 1978, in una gara di Coppa Italia vinta dagli azzurri sui bianconeri (pesantemente rimaneggiati) per 5-0, realizza addirittura 4 reti!
Incredibile invece quanto accadde ad Ascoli il 12 gennaio 1975: Savoldi scavalca il portiere avversario con una conclusione in diagonale sul secondo palo ma la palla viene respinta con il piede da un raccattapalle, l’allora 16enne Domenico Citeroni, appostato proprio dietro la porta dei padroni di casa; l’arbitro Barbaresco ed i suoi collaboratori non se ne avvedono, e così la rete non viene assegnata! La gara terminò comunque con la vittoria del Bologna per 1-3.
Durante la sua avventura partenopea Savoldi si cimenta anche con le canzoni ed incide, nel 1978, “La favola dei calciatori” con la quale entra in classifica ed ha un ottimo riscontro commerciale con circa 70.000 copie vendute.
Nel 2005 invece ha avuto una piccola parte nel cortometraggio “Il ponte”, scritto da Altan e diretto da Stefano Missio.
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In una delle sue ultime interviste Savoldi ha dichiarato di non seguire più il calcio perché non in grado di dargli emozioni. Chissà se ieri, ricordato proprio nella sua Bergamo prima della gara della Nazionale, una lacrima di nostalgia non gli abbia percorso le rughe del viso e bagnato un poco i suoi celebri baffi…
Gg
Foto generata da AI

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