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Addio a Beppe Savoldi, mister due miliardi e Marajà di Napoli****Bergamasco di nascita ma bolognese e napoletano d’adozi...
27/03/2026

Addio a Beppe Savoldi, mister due miliardi e Marajà di Napoli
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Bergamasco di nascita ma bolognese e napoletano d’adozione, quantomeno calcistica, Giuseppe Savoldi, che ci ha lasciato ieri a 79 anni, è stato una vera e propria icona del calcio italiano degli anni 70.
Attaccante di razza, forte fisicamente, dotato di buona tecnica e di una grande efficacia sui colpi di testa, ha realizzato 168 reti nella massima serie nell’arco delle sue 405 presenze, conquistando il titolo di capocannoniere per ben tre volte della Coppa Italia e del campionato nel 1972-73 (con 17 gol).
Un po’ di storia
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La sua famiglia è modesta come tante altre, gente comune ed onesta che tira avanti la carretta col sudore della fronte ma che ama e vive anche lo sport in un’Italia che si sta dolorosamente leccando le ferite infertele dalla seconda guerra mondiale; la madre, Gloria Guerini, è pallavolista e con la Amatori Bergamo conquista il titolo di Campione d’Italia nel 1946, un anno prima della nascita di Beppe che si dedica con ottimi risultati al salto in alto e al basket prima di optare definitivamente per il calcio grazie alle insistenze di Mihály Kincses, un ex calciatore ungherese alle dipendenze dell’Atalanta.
Savoldi debutta a livello professionistico il 29 agosto 1965 in Coppa Italia contro il Vicenza, realizzando una rete, mentre in serie A esordisce, giocando da ala sinistra, il 5 settembre successivo; la prima marcatura nella massima serie arriva l’anno dopo a Roma quando gli orobici passano per 3-1 sul campo della Lazio.
Esplosione e passaggio al Bologna
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La stagione successiva è quella della sua definitiva esplosione: con 27 presenze e 12 reti in campionato “Beppe -gol” attira l’attenzione delle grandi squadre. Alla fine la spunta il Bologna che lo acquista per 175 milioni di lire (più il cartellino del brasiliano Clerici), ottenendo anche un forte sconto per via di seri problemi alla schiena che in quel momento affliggevano l’astro nascente mettendone in dubbio perfino il proseguimento della carriera ad alti livelli.
Rimesso in sesto fisicamente, con la maglia rossoblù Savoldi disputa sette stagioni che lo consacrano tra i migliori attaccanti d’Italia; il suo pezzo forte è il colpo di testa: benché non sia propriamente un gigante mette bene a frutto i suoi trascorsi sportivi, stacca sempre con il tempo giusto beffando i coriacei e tutt’altro che delicati difensori dell’epoca. Nelle file della squadra felsinea vince due volte la Coppa Italia, nel 1970, anno in cui si fregia anche della Coppa di Lega Italo-Inglese, e nel 1974. In entrambe le vittorie Savoldi è assoluto protagonista perché si assicura anche la classifica dei marcatori della competizione, mentre nel 1972-1973 trionfa anche tra i bomber della massima serie, con 17 reti, a pari merito con due mostri sacri del calibro di Gianni Rivera e Paolino Pulici.
In tutto col Bologna realizza 140 reti, divenendo il quarto marcatore assoluto nella storia del club dietro Schiavio, Reguzzoni e Pascutti nonché, con 17 reti, il miglior goleador degli emiliani nelle coppe europee, a pari merito con Reguzzoni e Nielsen.
Arriva al Napoli e diventa MISTER DUE MILIARDI
Nell’estate del 1975, a 28 anni, Savoldi capisce che è giunto il momento di tentare il “colpaccio”, di vincere qualcosa d’importante in una piazza metropolitana, e così quando lo cerca il Napoli risponde di sì al direttore sportivo partenopeo Franco Janich, e si trasferisce nel capoluogo campano.
Al Bologna va la cifra record, per quel tempo, di due miliardi di lire (un miliardo e quattrocento milioni in contanti più i cartellini di Rampanti e ancora una volta Clerici).
Mentre i tifosi azzurri impazziscono di gioia alcuni giornali gridano allo scandalo, quasi fosse compito dei presidenti di calcio risanare l’Italia o far fronte alle difficoltà occupazionali e non solo del Meridione; alcuni operai scendono in piazza per protestare e viene presentata perfino un’interrogazione parlamentare!
Unico a schierarsi pubblicamente dalla parte dell’ingegner Ferlaino (lo stesso che 11 anni dopo acquisterà Maradona…) è Enzo Biagi dalle colonne del Corriere della Sera…
L’arrivo de “‘O Marajà”, come viene soprannominato l’attaccante bergamasco dai supporter napoletani, porta il record di 70.402 abbonamenti, rimasto imbattuto anche ai tempi del “Pibe de oro”! Con lui in campo il Napoli viene immediatamente inserito tra le possibili vincitrici dello scudetto e l’impatto di “Beppe gol” col nuovo ambiente è devastante; 7 reti nelle prime 7 partite ne fanno da subito più che un idolo.
Ma quell’ambitissimo triangolino tricolore, nei quattro anni di permanenza di Savoldi al San Paolo, non arriverà e la squadra, nonostante i goal del suo bomber (77 complessivi), riuscirà a conquistare soltanto una Coppa Italia ed una Coppa Italo-Inglese, senza riuscire a compiere un vero e proprio salto di qualità.
Fine carriera e Nazionale
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Alla fine della stagione 78/79 Savoldi viene considerato ormai a fine carriera ed il Napoli lo “restituisce” al Bologna in cambio del difensore Bellugi ed un conguaglio di 800 milioni di lire.
Il “vecchio” bomber però, non è ancora finito e con 11 reti in 29 partite manda nuovamente in visibilio i tifosi rossoblù ai quali però viene strappato a stagione in corso per il suo presunto coinvolgimento nel primo storico scandalo del calcio scommesse scoppiato fragorosamente nella primavera del 1980.
Torna a giocare nel 1982 grazie all’amnistia susseguente al successo azzurro nel mondiale spagnolo. Disputa però una sola stagione, in serie B, con la maglia dell’Atalanta, realizzando appena una rete in 16 presenze. Stavolta decide di smettere davvero ed appende gli scarpini al fatidico chiodo.
Poca fortuna con gli Azzurri
Il rapporto di Savoldi con l’azzurro non è dei più felici e comunque non rispondente al reale valore del calciatore.
Nel 1967 viene convocato nella rappresentativa Under 21 con la quale partecipa, e vince, i Giochi del Mediterraneo disputatesi a Tunisi. In prima squadra guadagna quattro “gettoni”, tutti nel 1975, e realizza una sola rete, su rigore, contro la Grecia in amichevole.
Nonostante le prestazioni e le reti realizzate, per lui le porte del Club Italia non si aprono più. In quegli anni giocare al di fuori dell’asse Milano – Torino equivaleva spessissimo a restare escluso dalla Nazionale, senza contare la preferenza in quel periodo per i cosiddetti “blocchi” ritenuti più idonei a favorire l’amalgama tra i giocatori e semplificare quindi il compito del commissario tecnico alle prese peraltro con una vastissima gamma di concorrenti come i mostri sacri Riva, Bettega, Graziani, Pulici e gli emergenti Altobelli, Rossi e Giordano.
A proposito di questo Savoldi dichiarò in un’intervista che “ai miei tempi contavano i clan. Assistevo impotente alle convocazioni di chi giocava nella Juventus o nel Torino e non sempre chi andava in campo al mio posto era migliore di me”.
Dopo una breve e non particolarmente fortunata carriera da allenatore, rimasto legatissimo all’ambiente, Savoldi ha partecipato per diversi anni a trasmissioni sportive su emittenti televisive napoletane in qualità di opinionista.

Il record ed il gol annullato dal…raccattapalle!
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Contro la Juventus, club che più di una volta aveva tentato di acquistarlo, è legata l’impresa storicamente più importante di Savoldi che il 14 maggio del 1978, in una gara di Coppa Italia vinta dagli azzurri sui bianconeri (pesantemente rimaneggiati) per 5-0, realizza addirittura 4 reti!
Incredibile invece quanto accadde ad Ascoli il 12 gennaio 1975: Savoldi scavalca il portiere avversario con una conclusione in diagonale sul secondo palo ma la palla viene respinta con il piede da un raccattapalle, l’allora 16enne Domenico Citeroni, appostato proprio dietro la porta dei padroni di casa; l’arbitro Barbaresco ed i suoi collaboratori non se ne avvedono, e così la rete non viene assegnata! La gara terminò comunque con la vittoria del Bologna per 1-3.
Durante la sua avventura partenopea Savoldi si cimenta anche con le canzoni ed incide, nel 1978, “La favola dei calciatori” con la quale entra in classifica ed ha un ottimo riscontro commerciale con circa 70.000 copie vendute.
Nel 2005 invece ha avuto una piccola parte nel cortometraggio “Il ponte”, scritto da Altan e diretto da Stefano Missio.
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In una delle sue ultime interviste Savoldi ha dichiarato di non seguire più il calcio perché non in grado di dargli emozioni. Chissà se ieri, ricordato proprio nella sua Bergamo prima della gara della Nazionale, una lacrima di nostalgia non gli abbia percorso le rughe del viso e bagnato un poco i suoi celebri baffi…
Gg
Foto generata da AI

Il vuoto, il gelo e Capitan Cataldi***Sembrava di essere tornati al 2020, quando le restrizioni anti Covid svuotavano gl...
01/02/2026

Il vuoto, il gelo e Capitan Cataldi
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Sembrava di essere tornati al 2020, quando le restrizioni anti Covid svuotavano gli stadi; stavolta però non c'era nessun decreto, nessun divieto, nessun virus a costringere lontano dall'Olimpico appassionati e tifosi.
Stavolta si è trattato di una libera scelta, di una presa di posizione feroce, determinata, al limite dell'autolesionismo; perché, e soltanto chi è veramente tifoso lo potrà capire, è davvero dura non seguire deliberatamente la propria squadra dagli spalti, privarsi della possibilità di condividere con un amico, un affetto, un parente, non solo l'adrenalitica passione dei novanta minuti ma anche tutte le altre piccole abitudini, le scaramanzie, i gesti che precedono e seguono un match, ripetendosi ogni volta come un mantra, come un rituale immancabile ed irrinunciabile.
A ben vedere, forse, un virus serpeggia davvero nella tifoseria biancoceleste; è un germe che varia da individuo ad individuo ed assume per ognuno un nome ed un significato diverso: per alcuni si chiama rabbia, voglia di rivalsa, di rivendicazione di un'identità, di valori che paiono dimenticati o perfino oltraggiati. Per altri è rassegnazione, scoramento e frustrazione; è la consapevolezza di non poter cambiare lo stato delle cose, di sperare in un improvvisa virata che invece non si verifica mai, di temere, indotti dal tipico pessimismo laziale rafforzato da chi ne ha viste già tante nella sua vita da sostenitore, che al peggio non vi è mai fine e che il fondo non sia stato ancora toccato...
Unica vera vittima di questo morbo rischia di essere paradossalmente il bene supremo per il quale ognuno di loro darebbe tutto o forse di più: la Lazio stessa, arrotolata in una stagione iniziata sotto i pessimi auspici di un mercato bloccato, avvelenata dalle polemiche interne ed esterne, attentata da decisioni arbitrali avverse e spesso inspiegabili e infine, quando si attendeva un raggio di sole dalla riapertura delle contrattazioni di gennaio, affossata da operazioni di indubbio valore economico ma tecnicamente, almeno nell'immediato, povere di risvolti tecnici...
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In tutto questo, con gli spalti vuoti e gelati da un freddo pungente, di venerdì sera, non proprio l'ideale per disputare una gara di campionato, c'era una partita da vincere. Da vincere per scacciare ogni tipo di fantasma, per dare un segnale ad assenti e presenti, per riprendere quel cammino che faticosamente Sarri ed i suoi ragazzi avevano intrapreso all'indomani del derby di andata, maledettamente perso, e che prima dell'avvento di questo gennaio nero aveva riportato la squadra su livelli di sufficiente stabilità. Avversario il Genoa combattivo e combattente di De Rossi, non un "nemico" qualsiasi, uno che a gradinate gremite sarebbe stato fischiato dal primo all'ultimo minuto, recuperi compresi. E la Lazio alla fine, è proprio il caso di sottolinearlo, la partita l'ha vinta, i tre punti li ha fatti suoi, con rabbia, determinazione, coraggio ed un pizzico di fortuna che stavolta si è incarnata nel Var, spesso avverso, in grado di pescare in pienissimo recupero, un fallo di mani che nessuno in presa diretta aveva percepito, ma un fallo di mani che c'era (almeno secondo gli attuali e opinabili regolamenti) e che andava giustamente, inesorabilmente ed inappellabilmente sanzionato.
Così mentre davanti alla panchina opposta si sbracciava ed imprecava l'ex capitano dell'eterna avversaria, un ormai ex ragazzo, che la fascia al braccio se l'è dovuta sudare e conquistare ogni volta con fatica, al quale chissà perché la sua stessa gente non ha mai perdonato nulla, uno che più di una volta è dovuto andare lontano da Roma e dalla sua Lazio per potersela poi riprendere in maniera sempre più forte e decisa, si avvicinava al dischetto con la palla sotto braccio, come si fa da bambini quando si va al campetto, convinto di poter dare l'ennesimo segno della sua lazialità, il suo contributo silenzioso ma efficace, il suo essere senza per forza dover apparire. In barba al silenzio, incurante dei tentativi di distrazione, concentrato su un solo scopo: realizzare quel rigore per poi correre a perdifiato, esultare senza remore e baciare quell'aquila stampata sul petto, che non è soltanto un simbolo, ma una Storia, un orgoglio, una missione, un moto di libertà, un segno di distinzione, una scelta di vita.
Tiro, rete, corsa, bacio!
Tutto il resto, almeno per quella sera, resterà soltanto noia...
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foto di Salvatore Fornelli

Da Sarri a Sarri passando per Baroni (e Tudor)…**********Con poche inevitabili eccezioni, il ventennio (più uno) della p...
02/06/2025

Da Sarri a Sarri passando per Baroni (e Tudor)…
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Con poche inevitabili eccezioni, il ventennio (più uno) della presidenza Lotito è stato caratterizzato da una certa stabilità in panchina, con tecnici generalmente protagonisti, nel bene e nel male, per almeno un paio di stagioni consecutive, con Delio Rossi (4) Inzaghi (5) Reja (4 ma in due tranches) e Sarri (quasi 3) a fare la parte dei leoni.
Poi, in 12 mesi tre allenatori: lo stesso Sarri, Tudor e Baroni che si succedono rapidamente e, in un Paese come l’Italia dove non si dimetterebbe nemmeno Hannibal Lecter qualora fosse nominato ministro dell’alimentazione, tutti e tre dimissionari. Fatto ancora più curioso a chiudere il cerchio di questa strana rumba arriva proprio Sarri, il toscanaccio che aveva aperto la danza…
Storie diverse con un denominatore comune: don Claudio, prima in coppia col “barone rosso” e poi con l’ex poliziotto di Cerveteri già suo braccio destro a Salerno. Tralasciando il croato, durato in quel di Formello poco più del compianto Papa Luciani, mi vorrei soffermare su Baroni e Sarri, che prima di oggi, non avevano nulla in comune se non l’inflessione toscana…
Io l’ex tecnico di Lecce e Verona l’avrei tenuto; secondo me ha fatto il massimo o quasi con il materiale umano a sua disposizione; via Inmobile, Luis Alberto e Felipe Anderson, sostituiti da giovani (Tchaouna, Dele Bashiru e se vogliamo Noslin) o elementi più esperti ma nuovi su certi palcoscenici (Dia). Unico crack il portoghese Tavares che però dopo una quindicina di partite diventa un crac, in senso letterale…
Per il resto la solita rosa un po’ risicata, con pochi cambi di livello e una confusione nella gestione delle liste che la metà sarebbe tranquillamente bastata e avanzata.
Ciononostante Baroni porta la Lazio ai quarti di EL dopo aver vinto il girone unico, esce in Coppa Italia con l’Inter complice una delle numerose sviste arbitrali e in campionato fa più punti dei suoi predecessori restando fuori dalle coppe soltanto a causa del peggioramento del ranking italiano e della vittoria in Coppa Italia del Bologna che di fatto tagliano due posti europei rispetto alla classifica finale. Se poi tornassimo per un attimo a leggere o ascoltare i commenti e le previsioni di fine mercato, che davano la Lazio al massimo al decimo posto o addirittura invischiata in zona retrocessione… non servirebbe aggiungere altro.
Ora si torna al comandante, come lo chiamano.
Chiarisco subito: non mi è mai piaciuto il suo personaggio sin da quando allenava il Napoli; troppo lamentoso, poco rispettoso con gli avversari dei quali raramente riconosce i meriti, spesso sciatto nel modo di presentarsi in campo e fuori; una volta alla Lazio non l’ho certo amato, pur riconoscendogli nei primi due anni il buon lavoro svolto, specie per il secondo posto (sia pure a debita distanza) e per l’ottavo di CL perso onorevolmente col Bayern, sconfitto 1-0 all’Olimpico.
La terza stagione tuttavia fu un calvario a livello di prestazioni e dichiarazioni; fu l’anno di X, Y e Z, delle cilindrate, dei panni sporchi lavati in pubblico e sbattuti in faccia a chiunque senza remore o pudore.
Io scrissi e dissi che al di là degli errori tecnici o tattici, opinabili e discutibili, la sua vera mancanza fu quella di svilire e tradire la fiducia che i tifosi laziali avevano riposto in lui: se davvero la società lo aveva scavalcato nel mercato estivo, disattendendo le sue richieste, egli avrebbe dovuto chiarirlo subito, sb****re la porta e andarsene, senza aspettare che fosse il tempo a smascherare il bluff!
Per questo ora mi chiedo come sarà il Sarri 2?
Avrà davvero carta bianca (nei limiti imposti dalle casse societarie), o assisteremo di nuovo all’ennesimo balletto delle promesse non mantenute, degli arrivi mancati e delle false partenze?
Nel primo caso, anche qualora si puntasse sui giovani, ci sarebbe da essere ottimisti; nel secondo invece bisognerebbe far scattare subito l’allarme e correre ai ripari prima che sia troppo tardi.
Anche perché, come sempre, a pagare sarebbero solo i tifosi laziali…
Amen

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