08/12/2025
Pubblichiamo l'intervento di Andrea Brancato, papà di un nostro atleta, che ci ha fornito la sua testimonianza.
"Oggi parliamo di un tema affascinante, pieno di fantasia, quasi poetico: i luoghi comuni sulla disabilità.
Sì, perché gli stereotipi sono come le zanzare d’estate: fastidiosi, insistenti, insidioso e appena pensi di averne scacciato uno… ecco che ne arrivano altri...
I luoghi comuni non nascono dalla cattiveria: nascono dalla distanza. E oggi proviamo a ridurre quella distanza.
1. “Il disabile è fragile”
Ah sì? E allora noi cos’è che siamo? Porcellana?
La verità è semplice: la "definizione" non dice niente sul carattere.
Ci sono "ragazzi" dolci come un cannolo siciliano e "ragazzi" tosti come un torrone a pasqua e questo vale per tutti.
La fragilità non è una categoria della disabilità, è una categoria dell’essere umano.
Dunque smettiamola di immaginare queste "persone" come foglietti di carta velina: a volte sono loro quelli che ci sopportano con più pazienza di quanta noi vediamo.
2. “Sono speciali… hanno una forza che noi non abbiamo”
Ecco, il famoso “supereroe per definizione”.
Se fosse vero, avremmo già Avengers: Inclusione Edition e Unlimited Sport...
Ma no, non funziona così.
Dire “sono speciali” sembra un complimento, ma in realtà è come dire: “Non so come trattarti, allora ti metto su un piedistallo così non ti devo capire veramente.” e non ti "rompo".
La verità?
Le persone con "bisogni speciali" non hanno superpoteri: hanno personalità e caratteristiche.
C’è chi è paziente e chi no, chi è caotico, chi è sensibile, chi è ironico, chi è “non disturbarmi prima del caffè”, chi non capisce e chi fa il pazzo.
Esattamente come tutti quelli che passeggiano per i portici stasera.
3. “Poverino, che vita difficile”
Ah, il classico sguardo a mezz’altezza, quello della tristitudine, tra tristezza e solitudine.
Ma guardate che la difficoltà non è nella persona: spesso è nel mondo intorno e come viene percepito chi ci sta accanto.
La carrozzina non è un dramma,
la scala senza rampa, sì.
La sordità non isola, la mancanza di sottotitoli, probabilmente sì.
L’autismo non crea muri, la mancanza di ambienti accoglienti e sicuri, quelli sì.
Essere considerati diversi, quello si che li rende "speciali" per la società.
A volte la vera difficoltà è il marciapiede fatto male.
O il modulo da compilare, per l'ennesima volta.
Portare un documento tra le strutture diverse avendo la tecnologia e la fantomatica PEC con firma digitale.
O la scuola che vede problemi dove ci sono solo caratteristiche per ogni studente.
La vita può essere impegnativa, certo. Ma non è un melodramma.
E queste persone non vivono in un film strappalacrime.
Vivono, giocano e hanno sentimenti, punto.
E spesso con ironia e spensieratezza da vendere.
4. “I genitori? Eroi, santi e martiri!”
Ecco, qui ci sono due categorie di persone che fanno finta di nulla: chi non è genitore e chi mente.
Essere genitori è faticoso per tutti: figuriamoci con burocrazia, incontri, ricorsi, richieste, telefonate e mail che iniziano con “Le scrivo in merito a…”.
Però basta con questa narrazione del sacrificio assoluto e perenne.
Le famiglie non sono altari di dolore: sono famiglie normali.
Con litigi, risate, notti insonni, soddisfazioni, “oggi ce l’abbiamo fatta” e “oggi invece no”.
Siamo esseri umani con le nostre fragilità e capacità.
Non martiri da santificare.
5. “Ci vuole l’esperto per dire cosa è giusto”
Ecco, questo lo dico anche da genitore: attenzione.
Gli esperti servono sempre, eccome, ci aiutano a guardare con occhio critico la giusta direzione.
Ma quando l’esperto pensa di sapere tutto della vita della persona, beh, a quel punto la competenza scivola nella presunzione.
La verità è che il sapere tecnico è un pezzo di un grande e complicato puzzle.
Gli altri pezzi li portano le persone con disabilità e le famiglie con il loro quotidiano.
Se non metti tutto insieme, il puzzle viene male, con buchi qua e là.
E noi qui non siamo per fare vuoti, ma collante tra i vari pezzi da unire.
Stasera, stiamo cercando di scrollare un po' di polvere ai luoghi comuni, come luoghi e soprattutto comuni, a tutti noi.
E magari riderci anche un po’ su, perché l’ironia è un’ottima medicina, e non ha controindicazioni.
Alla fine, tutto si riduce a una cosa semplice:
vedere la persona, non l’etichetta, capire le proprie caratteristiche e far uscire il meglio.
Non il “fragile”, non il “povero”, non lo “speciale”, non l’“eroe”.
La persona: con il suo carattere, il suo modo di stare al mondo, la sua storia unica e la sua anima.
Quando iniziamo a guardare così, la disabilità non è più un ostacolo, né un superpotere.
È una delle tante forme della diversità umana.
E lì sì che comincia davvero l’inclusione, senza retorica.
È vedere l'arcobaleno come un ponte e non come un miraggio. Perché sono le sfumature che danno Vita ai colori...