02/09/2026
I miei spigoli, la mia rabbia e le mie contraddizioni non mi rendono meno yogica: mi rendono viva.
Chi ha mai deciso cosa sia davvero "perfetto"?
La perfezione semplicemente non esiste. È solo un costrutto culturale, una gabbia mentale in cui ci hanno insegnato a incasellarci, dividendoci costantemente tra ciò che è presunto "giusto" e ciò che è "sbagliato".
Per anni, salendo ogni giorno sul tappetino, mi sono fatta mille domande e sono caduta nella trappola della repressione. Ti convinci che per fare yoga devi per forza essere un essere etereo, calmo a comando, privo di reazioni forti. E così finisci per autosabotarti, soffocando la tua natura pur di aderire a uno stampo che non ti appartiene.
Questo è solo il mio punto di vista, maturato dopo anni di pratica quotidiana: per me lo yoga non serve a castrarsi. Al contrario, mi ha insegnato che l'unico modo reale di viverlo è avere il coraggio di essere se stessi fino in fondo, seguendo i propri impulsi, la propria energia e le proprie passioni.
L'equilibrio non è una linea piatta in cui va sempre tutto bene. È la capacità di abitare il qui e ora esattamente per quello che è: prenderselo quando è buono, e attraversarlo a testa alta quando fa schifo.
Ed è proprio da qui che nasce il senso del sangha.
A me piace mostrarmi ai miei allievi esattamente per ciò che sono, senza nascondermi dietro un ruolo per paura di non essere accettata. E, allo stesso modo, la cosa più bella è vedere loro che si sentono liberi di essere se stessi davanti a me — anche quando dicono o fanno cose considerate "poco yogiche". Perché hanno capito che, su quel tappetino e fuori, indossare una maschera non serve assolutamente a niente. W la libertà di essere, sempre!