03/03/2025
𝗤𝘂𝗲𝗹 𝗺𝗮𝗲𝗴𝗲𝗿𝗶 𝗮 𝗘𝗻𝗼𝗲𝗱𝗮
di Sergio Roedner
Sono stato allievo del Maestro Hiroshi Shirai per vent’anni, dal 1986 al 2006, e mi sembra impossibile che se ne sia andato. Quando passo in scooter per via Piacenza mi aspetto ancora di vederlo uscire dal portone del numero 8, dove ha abitato per più di 50 anni, dopo il suo matrimonio con Adelangela Zoja.
Per quanto mi allenassi con costanza e impegno sotto la sua guida, nel suo dojo di via Friuli e prima nella palestra di via Tolstoi, non sono mai stato un suo “uchi-deshi” (allievo interno) e forse anche per questo sono sempre stato trattato con la cortesia che si riserva a un ospite, senza quella familiarità e rudezza con cui il Maestro si rivolgeva e correggeva i suoi allievi più stretti.
Nonostante questo, data la lunga familiarità (nata nel 1971), la vicinanza geografica tra le nostre abitazioni e il fatto che la mia allieva e compagna di allora insegnava ginnastica nella palestra di via Piacenza e aveva fatto parte della nazionale di kata da lui allenata, campione d’Europa nel 1981, mi è capitato spesso di incontrarlo anche fuori dal dojo.
Non parlo qui dei momenti cruciali della mia esistenza in cui il Maestro mi è stato vicino, anche perché ritengo siano fatti che devono rimanere privati, ma degli incontri occasionali, spesso imprevisti, ma sempre piacevoli: ad esempio al supermercato di via Ripamonti, dove lo incontravo intento a spingere il carrello verso le casse “come un comune mortale”, o dal parrucchiere di via Piacenza di cui eravamo entrambi clienti, e che lo conosceva da una vita e raccontava aneddoti curiosi sui primi tempi del Maestro a Milano.
Che fosse destino o semplice coincidenza, quel pomeriggio di febbraio mi ero appena accomodato sulla poltrona in attesa di un deciso taglio ai miei capelli troppo lunghi e spettinati, quando il maestro Shirai è entrato, o per meglio dire, ha fatto irruzione nella bottega con la determinazione che era una sua caratteristica anche nelle cose di tutti i giorni. L’ho salutato con rispetto (anche dal parrucchiere era pur sempre il Maestro) e il barbiere l’ha fatto sedere nella poltrona alla mia sinistra. Mi è venuto spontaneo “farlo passare davanti”, offerta che il maestro ha accettato di buon grado, ringraziandomi e chiedendomi notizie su mio figlio Giulio, che aveva appena superato l’esame di secondo Dan.
Ripensandoci, quella mia gentilezza aveva forse un secondo fine: dato che il Maestro è sempre stato piuttosto schivo e riluttante a concedere interviste, quella mezz’oretta che avremmo passato insieme mi avrebbe concesso l’irripetibile occasione di scambiare quattro chiacchiere con lui e di rivolgergli qualche domanda alla quale in altre circostanze si sarebbe forse sottratto. Di fatto, l’unica domanda che gli rivolsi riguardava quel famosissimo maegeri grazie al quale nel 1962 aveva battuto il maestro Enoeda, laureandosi campione del Giappone. Gli chiesi se la tecnica gli fosse uscita spontanea o se fosse per così dire “premeditata”.
Il maestro non si mostrò infastidito dalla mia curiosità, ma si lasciò trasportare dall’onda dei ricordi.
Mi disse più o meno queste parole:
“𝙍𝙞𝙘𝙤𝙧𝙙𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙡𝙚 𝙜𝙖𝙧𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙢𝙚 𝙣𝙤𝙣 𝙚𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙨𝙤𝙡𝙞𝙩𝙖𝙢𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙪𝙣 𝙥𝙧𝙤𝙗𝙡𝙚𝙢𝙖, 𝙢𝙖 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙘𝙤𝙢𝙗𝙖𝙩𝙩𝙚𝙫𝙤 𝙘𝙤𝙣 𝙆𝙖𝙣𝙖𝙯𝙖𝙬𝙖 𝙎𝙚𝙣𝙨𝙚𝙞 𝙤 𝙀𝙣𝙤𝙚𝙙𝙖, 𝙨𝙖𝙥𝙚𝙫𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙖𝙫𝙧𝙚𝙞 𝙙𝙤𝙫𝙪𝙩𝙤 𝙛𝙖𝙧𝙚 𝙦𝙪𝙖𝙡𝙘𝙤𝙨𝙖 𝙙𝙞 𝙨𝙥𝙚𝙘𝙞𝙖𝙡𝙚 𝙥𝙚𝙧 𝙫𝙞𝙣𝙘𝙚𝙧𝙚. 𝙎𝙩𝙪𝙙𝙞𝙖𝙞 𝙨𝙩𝙧𝙖𝙩𝙚𝙜𝙞𝙖 𝙚 𝙩𝙖𝙩𝙩𝙞𝙘𝙖, 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙚 𝙞𝙣 𝙘𝙝𝙚 𝙢𝙤𝙙𝙤 𝙖𝙫𝙧𝙚𝙞 𝙙𝙤𝙫𝙪𝙩𝙤 𝙖𝙛𝙛𝙧𝙤𝙣𝙩𝙖𝙧𝙡𝙞, 𝙦𝙪𝙖𝙡𝙚 𝙩𝙚𝙘𝙣𝙞𝙘𝙖 𝙪𝙨𝙖𝙧𝙚, 𝙦𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙪𝙨𝙖𝙧𝙡𝙖 (𝙨𝙤𝙧𝙧𝙞𝙙𝙚), 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙘𝙤𝙜𝙡𝙞𝙚𝙧𝙚 𝙞𝙡 𝙜𝙞𝙪𝙨𝙩𝙤 𝙢𝙤𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤. 𝘿𝙤𝙫𝙚𝙫𝙤 𝙨𝙚𝙢𝙥𝙧𝙚 𝙨𝙩𝙪𝙙𝙞𝙖𝙧𝙚 𝙡𝙖 𝙩𝙖𝙩𝙩𝙞𝙘𝙖, 𝙥𝙚𝙧𝙘𝙝𝙚́ 𝙚𝙣𝙩𝙧𝙖𝙢𝙗𝙞 𝙚𝙧𝙖𝙣𝙤 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙖𝙣𝙯𝙞𝙖𝙣𝙞 𝙙𝙞 𝙢𝙚. 𝙋𝙚𝙣𝙨𝙤 𝙘𝙝𝙚 𝙆𝙖𝙣𝙖𝙯𝙖𝙬𝙖 𝙎𝙚𝙣𝙨𝙚𝙞 𝙖𝙫𝙚𝙨𝙨𝙚 𝙦𝙪𝙖𝙩𝙩𝙧𝙤 𝙤 𝙘𝙞𝙣𝙦𝙪𝙚 𝙖𝙣𝙣𝙞 𝙙’𝙚𝙨𝙥𝙚𝙧𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙙𝙞 𝙢𝙚. 𝙀𝙣𝙤𝙚𝙙𝙖 𝙣𝙚 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙖 𝙙𝙪𝙚. 𝙄𝙤 𝙚𝙧𝙤 𝙢𝙤𝙡𝙩𝙤 𝙜𝙞𝙤𝙫𝙖𝙣𝙚. 𝙋𝙚𝙧 𝙡𝙖 𝙛𝙞𝙣𝙖𝙡𝙚 𝙘𝙤𝙣 𝙀𝙣𝙤𝙚𝙙𝙖 𝙨𝙩𝙪𝙙𝙞𝙖𝙞 𝙖 𝙛𝙤𝙣𝙙𝙤 𝙞𝙡 𝙢𝙖𝙚𝙜𝙚𝙧𝙞, 𝙘𝙝𝙚 𝙡𝙪𝙞 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙖 𝙪𝙨𝙖𝙩𝙤 𝙞𝙣 𝙥𝙧𝙚𝙘𝙚𝙙𝙚𝙣𝙯𝙖 𝙘𝙤𝙣𝙩𝙧𝙤 𝙙𝙞 𝙢𝙚, 𝙚 𝙘𝙝𝙚 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙤 𝙖𝙥𝙥𝙧𝙤𝙛𝙤𝙣𝙙𝙞𝙩𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙞𝙡 𝙢𝙞𝙤 𝙚𝙨𝙖𝙢𝙚 𝙙𝙞 𝙞𝙨𝙩𝙧𝙪𝙩𝙩𝙤𝙧𝙚 𝙅𝙠𝙖. 𝙌𝙪𝙖𝙣𝙙𝙤 𝙢𝙞 𝙨𝙚𝙢𝙗𝙧𝙤̀ 𝙞𝙡 𝙢𝙤𝙢𝙚𝙣𝙩𝙤, 𝙘𝙖𝙡𝙘𝙞𝙖𝙞. 𝙀𝙣𝙤𝙚𝙙𝙖 𝙨𝙚𝙣𝙨𝙚𝙞 𝙫𝙞𝙙𝙚 𝙚 𝙥𝙖𝙧𝙤̀ 𝙡𝙖 𝙩𝙚𝙘𝙣𝙞𝙘𝙖, 𝙢𝙖 𝙘𝙤𝙣 𝙪𝙣 𝙖𝙩𝙩𝙞𝙢𝙤 𝙙𝙞 𝙧𝙞𝙩𝙖𝙧𝙙𝙤 𝙘𝙤𝙢𝙚 𝙨𝙞 𝙫𝙚𝙙𝙚 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙖 𝙛𝙤𝙩𝙤, 𝙚 𝙉𝙖𝙠𝙖𝙮𝙖𝙢𝙖 𝙎𝙚𝙣𝙨𝙚𝙞 𝙢𝙞 𝙙𝙞𝙚𝙙𝙚 𝙞𝙡 𝙥𝙪𝙣𝙩𝙤. 𝙇’𝙖𝙣𝙣𝙤 𝙙𝙤𝙥𝙤 𝙥𝙚𝙧𝙤̀ 𝙀𝙣𝙤𝙚𝙙𝙖 𝙢𝙞 𝙗𝙖𝙩𝙩𝙚́ 𝙚 𝙙𝙞𝙫𝙚𝙣𝙩𝙤̀ 𝙡𝙪𝙞 𝙘𝙖𝙢𝙥𝙞𝙤𝙣𝙚 𝙙𝙚𝙡 𝙂𝙞𝙖𝙥𝙥𝙤𝙣𝙚”.
Il maestro Shirai si era mosso sulla sedia del barbiere mentre mi raccontava il suo “duello”, e il parrucchiere aveva atteso pazientemente la fine della storia per iniziare il suo lavoro con lui. Pensai di agevolarlo e non gli rivolsi altre domande, mentre il maestro appariva assorto nei ricordi. Quando si alzò per andarsene, aggiunse solo qualche parola:
“𝙋𝙚𝙘𝙘𝙖𝙩𝙤, 𝙎𝙚𝙧𝙜𝙞𝙤, 𝙘𝙝𝙚 𝙖𝙡 𝙜𝙞𝙤𝙧𝙣𝙤 𝙙’𝙤𝙜𝙜𝙞 𝙣𝙚𝙡𝙡𝙚 𝙜𝙖𝙧𝙚 𝙦𝙪𝙖𝙨𝙞 𝙣𝙚𝙨𝙨𝙪𝙣𝙤 𝙪𝙨𝙞 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙢𝙖𝙚𝙜𝙚𝙧𝙞. 𝘾𝙞 𝙫𝙪𝙤𝙡𝙚 𝙩𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙩𝙚𝙢𝙥𝙤 𝙥𝙚𝙧 𝙖𝙡𝙡𝙚𝙣𝙖𝙧𝙡𝙤, 𝙖𝙡 𝙢𝙖𝙠𝙞𝙬𝙖𝙧𝙖 𝙚 𝙖𝙡 𝙨𝙖𝙘𝙘𝙤, 𝙚 𝙡𝙖 𝙜𝙚𝙣𝙩𝙚 𝙤𝙜𝙜𝙞 𝙣𝙤𝙣 𝙝𝙖 𝙥𝙞𝙪̀ 𝙥𝙖𝙯𝙞𝙚𝙣𝙯𝙖. 𝙄 𝙢𝙞𝙚𝙞 𝙥𝙧𝙞𝙢𝙞 𝙖𝙡𝙡𝙞𝙚𝙫𝙞, 𝘾𝙖𝙥𝙪𝙖𝙣𝙖 𝙚 𝙁𝙪𝙜𝙖𝙯𝙯𝙖, 𝙪𝙨𝙖𝙫𝙖𝙣𝙤 𝙢𝙤𝙡𝙩𝙤 𝙢𝙖𝙚𝙜𝙚𝙧𝙞. 𝘾𝙞 𝙫𝙪𝙤𝙡𝙚 𝙩𝙖𝙣𝙩𝙖 𝙩𝙚𝙘𝙣𝙞𝙘𝙖, 𝙖𝙙𝙚𝙨𝙨𝙤 𝙩𝙪𝙩𝙩𝙞 𝙪𝙨𝙖𝙣𝙤 𝙞 𝙘𝙖𝙡𝙘𝙞 𝙘𝙞𝙧𝙘𝙤𝙡𝙖𝙧𝙞, 𝙢𝙖 𝙞𝙤 𝙣𝙤𝙣 𝙖𝙫𝙚𝙫𝙤 𝙡𝙚 𝙖𝙣𝙘𝙝𝙚 𝙩𝙖𝙣𝙩𝙤 𝙨𝙘𝙞𝙤𝙡𝙩𝙚 𝙚 𝙖𝙡𝙡𝙤𝙧𝙖... 𝙢𝙖𝙚𝙜𝙚𝙧𝙞! 𝘼𝙧𝙧𝙞𝙫𝙚𝙙𝙚𝙧𝙘𝙞, 𝙎𝙚𝙧𝙜𝙞𝙤”.